Un passato da scoprire

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Mercanti ed alcune personalità di spicco originari dell’Alta valle Imagna

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Mercanti e notabili

La presente ricerca è indubbiamente uno strumento complesso di analisi e introspezione di un epoca lontana, di usi e costumi, di famiglie e beni prodotti, di migrazioni e tradizioni, di commerci e valori necessari alla sopravvivenza, di personalità che dalla nostra Valle hanno segnato territori lontani, ricerca che non tende a semplificare i problemi di quei tempi, bensì li descrive da varie angolazioni: troviamo analisi quantitativa dei dati e valori di riferimento, elaborazione di “mappe” dei trasferimenti nel tempo, riproduzioni di documenti da archivi, testi documentali dei notai dell’epoca, fotografie di persone, loghi e stemmi a testimonianza di una indiscutibile veridicità delle fonti.

La lettura ci proietta in un mondo sconosciuto, ci induce a fantasticare le genti e i luoghi che prima di noi hanno segnato la Valle Imagna, ci conduce a tempi dove l’ingegno era condizione per la sopravvivenza, ci ricorda le prime emigrazioni d’altri tempi non meno ardue di quelle succedute in tempi a noi vicini, comunque apre un orizzonte ai più sconosciuto e, per solo questa ragione, fonte di arricchimento culturale.

Ma perché conoscere mestieri, personalità, mobilità, economia, popolazione, famiglie, fatiche e tradizioni di quei tempi?

Ma perché dedicare preziose energie in laboriose e defatiganti ricerche, sovente caratterizzate da multipli accertamenti sulla veridicità delle fonti?

Ma perché diffondere con ogni possibile mezzo il prodotto di tali preziosi elaborati storici, con il rischio che restino disattesi ovvero addirittura superflui?

Ecco le domande che mi sono posto, ecco la ricerca di senso a questa ennesima preziosa fatica di Robert Invernizzi.

Certamente la ricerca non intende essere occasione per consolarci del presente benessere, né tantomeno vuole essere semplice curiosità sul come e chi prima di noi ha solcato il nostro territorio.

A ciascuno dei lettori il compito di fornire personali risposte.

Dalla diffusione di questo importante strumento di analisi, non certo il primo di Robert Invernizzi, può partire un percorso di condivisione della nostra comune storia, una storia che può e deve coinvolgere le istituzioni locali, le realtà associative, le famiglie, il sistema scolastico e formativo al fine di permettere una comune lettura che faccia delle nostre tradizioni tanto un vanto, quanto una indispensabile e straordinaria fondamenta su cui si è edificata la società dell’oggi.

E’ un’occasione imperdibile se intendiamo fare da argine alle nuove forme di superficiale conoscenza del noi prima di noi, sconfinando talvolta nel “nulla prima di noi “.

La nostra gratitudine va a Robert Invernizzi che ha lavorato e studiato per consentirci questa opportunità di crescita culturale, offrendoci un ulteriore strumento prezioso che servirà a quanti, volenterosi della valle Imagna, si impegnano per la comunità di allora, di oggi, di domani.

Zaccheo Moscheni

 

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Rota d’Imagna – Le sue contrade e famiglie

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ROTA D’IMAGNA – Le sue contrade e famiglie

 

Conoscere le radici di Rota d’Imagna 

 Ciascun abitante di Rota possiede nei propri ricordi immagini, avvenimenti e racconti che ci sono state tramandate dai nostri nonni o genitori e ne abbiamo particolare cura perchè fanno parte della storia personale.

In genere i ricordi ci portano all’inizio del secolo scorso, i famosi anni 1900, ma poco o nulla sappiamo di cosa sia accaduto 500 anni prima e nei secoli seguenti, poco o nulla sappiamo di come vivevano 500 anni prima e nei secoli seguenti, quali costumi, lavori, usanze, famiglie, feste civili o religiose, quali le frazioni storiche di Rota Dentro e Rota Fuori, insomma quali e quante siano state le nostre radici, cioè la vita reale dei nostri avi di Rota d’Imagna.

Con vero piacere ho accolto e apprezzato il poderoso lavoro di ricerca che Robert Invernizzi ha messo a disposizione del nostro Comune e dei suoi abitanti, un lavoro che ciascuno potrà riconoscere come frutto di mesi di lavoro, di indagine e ricostruzione storica compiuto da un ricercatore che, non essendo nato a Rota d’Imagna, si sente di Rota per le lontane origini dei suoi nonni e ci fa omaggio di uno studio che nessuno di noi avrebbe potuto fare.

Ho letto con attenzione il grande lavoro di analisi attorno alle nostre lontane radici, ne ho apprezzato la meticolosa cronistoria e sono rimasto sorpreso per i tanti fatti narrati, per le numerose ricostruzioni degli alberi genealogici delle nostre famiglie, per la vita quotidiana che si svolgeva in paese e in ciascuna frazione, storie sorprendenti e talora vere e proprie novità che ci faranno apprezzare e conservare con cura questo importante elaborato storico.

Voglio pubblicamente esprimere un particolare ringraziamento a Robert Invernizzi per la preziosa cura del testo e prevedibile grande fatica che ne ha accompagnato la stesura passando periodicamente nel nostro territorio pur abitando in Spagna, visitando gli Archivi di Bergamo e delle nostre Parrocchie.

Sono certo che l’intera Comunità di Rota d’Imagna sarà lieta e grata di conoscere la preziosa ricerca.

A nome mio, della Amministrazione Comunale di Rota d’Imagna l’invito a farne preziosa diffusione e conservazione affinchè la conoscenza del lontano passato sia occasione per una consapevolezza di quanto “le tante radici di ieri abbiano germogliato e generato grandi novità sino ad oggi “.

IL SINDACO: GIOVANNI PAOLO LOCATELLI

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Manufatti ed oggetti d’uso quotidiano

 Attrezzi, utensili, mobili ed indumenti inventariati tra Cinquecento e Settecento in alta valle Imagna

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Voc. Tiraboschi = Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni, compilato da Antonio Tiraboschi – Seconda edizione – Bergamo – Fratelli Bolis, 1873.

Appendici al vocabolario dei dialetti bergamaschi compilate da Antonio Tiraboschi – Volume 1 – Bergamo – Tip. Frat. Bolis, 1879.

Voc. Zappettini = Vocabolario bergamasco-italiano per ogni classe di persone e specialmente per la gioventù – ragioniere Stefano Zappettini – Bergamo, tip. Pagnoncelli, 1859.

Voc. Angelini = Abate Giovanni Battista Angelini (1679-1767) – Vocabolario Bergamasco Italiano Latino – Centro Studi Valle Imagna, 2012.

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Ho analizzato e studiato diversi tipi d’inventari, tutti estratti dagli archivi di notai valdimagnini.  In primis ci sono quelli realizzati per la divisione dei beni tra eredi, oppure per la separazione tra fratelli o ancora per l’emancipazione di figli dall’autorità paterna.

Poi, i corredi e la stima dei beni portati in dote dalle future mogli, trattasi perlopiù di abiti femminili, biancheria e gioielli, in questo caso l’inventario viene eseguito da un sarto del luogo, poche volte la sposa conferisce qualche mobile. Infine, l’inventario fatto per il decesso del padre che lascia i figli minorenni, in questo caso non c’è la stima del valore degli oggetti.

Sono stati verificati 68 inventari dei quali 53 sono stati spogliati per questa ricerca, alcuni completamente, altri solo parzialmente. Risultano circa 2500 oggetti censiti tra il 1542 e il 1792.

Sono, nella maggior parte dei casi, inventari di persone della classe sociale media o benestante.

Il più umile, qui sotto ritrascritto, (1629/126) è l’inventario dei beni lasciati dal defunto Giuseppe figlio di Giovanni Giacomo Locarini del Chignolo di Rota Dentro.

Famiglia fortemente indebitata, deve Lire 214.

Un letto con la sua coperta di fodrigha usato

Due coperte da letto

Duoi lenzuoli

Diverse casse volgarmente chiamati schrigni

Rame in diversi vasi quali pesano L. 8 in tutto

Uno vasello di tenuta de brente quattro

Una zappa, uno ferro da taglio chiamato segur

Un altro ferro da taglio chiamato segurello

Duoi altri ferri parimente da taglio chiamati sarzi

Una tavola

Diversi banchetti da sedere

Una cattena da fuoco

Una vaccha

Abbigliamento

I miei ricordi d’infanzia vedono gli anziani, in particolare mia nonna, vestiti in una sfumatura di nero e grigio, poi l’altro legame con i tempi passati, sono le vecchie foto, anche lì dominano colori scuri o “bianchi e neri”, cioè le foto dell’epoca, inizio del Novecento.

La nonna (nata 1897) che ho conosciuto all’inizio degli anni 60 (1960!) indossava gonna e grembiule scuri, andava testa scoperta, metteva il fazzoletto solo per andare in chiesa o nei contesti festivi, mentre il nonno lui portava ancora il cappello nero di feltro o il berretto in qualsiasi circostanze. Forse la ricorrenza dei lutti costringeva le donne, per rispettare i cannoni della loro epoca, di vestirsi di nero?

Non ho la risposta, ma rimanere con una visione di un disgradato chiaroscuro, di bianco e nero, sarebbe un grossolano errore! I nostri avi portavano vestiti ben colorati, il rosso era colore particolarmente dominante, come lo dimostrano questi inventari.

I vecchi ricordi vengano svegliati anche dalla raccolta fatta da Alberto Cima nel libretto Il tempo di Rota degli anni ’90, foto della gente di Rota. Questo libro insieme a tante altre foto di altri paesini della valle, oggi custodite dalla Regione Lombardia. Una carrellata di vecchie fotografie dove, soprattutto per le donne, emerge alcuni frammenti dell’abbigliamento tradizionale. Queste foto-ricordo scattate alla fine dell’Ottocento ed inizio del Novecento, spesso sono ritratti di coppie con l’abito festivo, la donna porta gioielli ed alcuni accessori, il suo vestito sembra particolarmente fedele a quello che troviamo descritto negli inventari studiati, quello dell’uomo invece si è evoluto.

Con questi pochi ricordi e ricerche iconografiche abbiamo una particolare idea della storia dell’abbigliamento tradizionale valdimagnino, o, per essere precisi, un idea del passaggio dal vestire tradizionale a quello attualmente in uso. Oltre alla vestibilità e l’estetica, l’indumento racchiude un significato culturale e sociale, alcuni capi di abbigliamento sono l’elemento di appartenenza ad una determinata classe sociale o l’espressione di prestigio di pochi privilegiati.   

Abiti inventariati

Bianchetta: nel Cinquecento questo termine indicava il tipo di maglia intima da indossare a diretto contatto della pelle soprattutto d’inverno. Nei tempi successivi verrà chiamata anche camisola (camisòl), generalmente realizzata in panno, portata tanto dalle donne quanto dagli uomini, il colore dominante è il rosso. I vocabulisti bergamaschi dei secoli passati assimilano questo capo al corpèt o crosetù.

Per coprire il torace abbiamo trovato diversi tipi di indumenti detti busto, marcina[1], farsetto, giubbone, camicia, casacca[2], velada[3], polacchino[4], crosetta. Poche volte viene citato il giuppone[5], una sorta di giubbetto.

La camicia ed il busto sono i capi di vestiario più citati.

Camicia: è l’indumento più numeroso negli elenchi, abbiamo chiuso il nostro conto a 225 camicie (in 47 inventari), e non le abbiamo segnate tutte! Il tessuto utilizzato è la tela di lino, poche di cotone e stoppa, alcune con pizzi. Il colore non è mai definito, probabilmente il notaio ed i suoi aiutanti lo consideravano un dettaglio poco importante, probabilmente saranno state tutte bianche.

Busto: di colore molto variabile, verde, celeste, rosso, nero, anche di stoffe diverse: panno, bavelotto[6], capizola, sarza[7], seta, stamina.

Zachetta: citata unicamente nel Cinquecento, il termine è certamente una forma dialettale della giacca per donna. Fatta di panno alto (cioè di buona qualità) è spesso di colore rosso.

Fazzolo[8]: (fazul), dopo la camicia è il capo più utilizzato sia dalle donne che dagli uomini, descritto da testa o da spalle, è detto di velo, seta, tela, lino, cotone, mussolina, alcuni adornati da pizzi e ponte. Certamente l’equivalente del fazzolo fu il panno, siamo nel Cinquecento, soltanto da donne è detto da capo (testa), da corpo e da spalle, spesso di cotone.

Ghirone[9]: (giro, ghirù), un tipo di sottogonna indossato dalle donne, alla fine del Seicento, per la parte bassa del corpo, cioè dalla vita in giù, fatto perlopiù di panno o mezzolano[10]. Il colore dominante è il rosso.

Sottana[11] o sottanino: meno frequente del girone, viene elencata come elemento di pregio tra il ‘600 ed il ‘700, il valore è tra le 23 e le 46 Lire.

Pedagno[12]: l’attuale gonna. Tra il Seicento ed il Settecento di tessuto detto valesio[13], tela, mezzolana, bavelotto, capizola, durante, sarza, stamina. Non c’è un colore dominante, ma quelli scuri sono più numerosi.

Bigarolo: (bigarùl), è un grembiule di tela o di filo. L’appellativo viene utilizzato essenzialmente nel Cinquecento, sostituito poi dallo scossalo[14] detto di filo, indiana, cotone, cambraia[15].

Vesta: (èsta), tra il Cinquecento ed il Settecento viene spesso citata. Secondo le descrizioni notarili si tratterebbe dell’insieme della gonna con il busto cuciti insieme, di un valore elevato (intorno le 35 Lire), di sarza, panno o capizola.

Antonio Tiraboschi la veste la definisce: …vestito da donna, e questo è propriamente quello esteriore e intero, che ha maniche e sottana cucita alla vita.

Vestito da donna: viene elencato senza una descrizione precisa, forse si tratta sempre della veste.

Braghe: (braga, bragesse, bragoni), le indossa l’uomo e coprono dalla cintura fino al ginocchio.

Cappa: (cappotto), nel Cinquecento alcuni si coprono con la cappa di panno, sempre nera. Più tardi si userà il ferraiolo[16] o tabarro.

Scarpe: abbiamo censito soltanto una ventina di paia nei 47 inventari, forse perché durano per molto tempo, e tre paia di stivali, uno dei quali detto da cavalcare.

Nel Cinquecento e Seicento sono citate alcune paia di zibette da donna o anche zibi, probabilmente una sorta di pantofole[17] di cuoio.

 Accessori

Cuffia: (schufia[18]) nel Cinquecento le donne indossano ancora la cuffia, spesso di colore nero, poi, nel Seicento viene sostituita dal fazzoletto o fazzolo da testa. Solo due volte viene citato il fazzoletto per il naso, cosi descritto: un paio di fazzoletti da naso[19] lavorati, siamo nell’anno 1586, del valore di Lire 4.

Cappello: è poco portato, ne abbiamo censiti soltanto 6, senza particolari caratteristiche, e 4 berette, copricapi portati principalmente dai preti.

Calze: sono portate ambo i sessi, spesso di lana o di stame.

Cinturino: di velluto o di seta, ma viene citato raramente. Nel Cinquecento il collare o colletto o ancora gorzera tanto da uomo quanto da donna.

Maniche: (maneghette[20], manege), le donne le usano di ermisino, velluto o lana.

Maniza: (manicotto), di agnello o coniglio.

Peturina[21]: usata nel Settecento, ma poche volte citata.

Sendale[22]: importante complemento di pregio del valore medio di Lire 15. Viene descritto dai vocabulisti come un drappo sottile, un velo grande di seta, da sposa, con pizzi o merli, di uso ridotto, probabilmente solo nelle famiglie agiate.

Sottomaniche: nel Settecento alcune donne le usano, spesso di cotone, per non lasciar intravedere il braccio nudo!

Gioielli

Scopriamo 9 anelli d’oro e 1 d’argento, spesso con pietra: turchina, rosa, bianca, rossa.

Le collane sono numerose, ne abbiamo contate 43, dette: collari, collo, collanina, filo o filza, la maggior parte composte di coralli adornati da bottoni d’oro e granati.

Nelle credenze popolare al corallo veniva riconosciute alcune virtù di protezione e di fertilità.

Stoviglie e Posate

Nel periodo studiato gran parte dei pezzi per la tavola e per la cucina, per contenere e servire il cibo, sono di peltro ma tantissimi anche di maiolica, alcuni, ma davvero pochi, sono di terra cotta.

I bicchieri sono detti tondi. Nel 1740 sono citati i bicchieretti di vetro per caffè.

Le posate sono di ferro o di ottone. Grande sorpresa di trovare delle forchette[23] segnate l’anno 1542[24]! Sono citati 4 pironi d’argento. Poi un grande salto fino il 1683, per ritrovarle, dette pironi o forzine.

Nel 1725 un unico notaio, per nominare il cucchiaio, utilizza il gergo veneziano sculiero.

Spesso il notaio si accontenta dell’appellativo rame per qualificare i contenitori per cucinare, così scritto: rame in diversi vasi seguito dal peso. Il valore, molto alto, si misura al peso del rame. Quando lo scrivano entra nei particolari troviamo:

Caldaiolo, caldera, calderolo, sono di rame con cerchi e manici di ferro.

La padella e padellino di rame come di ferro può essere con clusone o testo (coperchi), può essere da borole (castagne). Troviamo il perolo per la polenta (solo 4 pezzi), e la pignata[25] (detta alla veneziana), n. 9 pezzi.

La ramina (26 censite) è definita dall’Angelini come catino, dal Tiraboschi come un vaso di rame per lasciar riposare il latte che diventerà panna.

Il stegnàt (paiolo) rimane l’utensile il più utilizzato e dunque il più numeroso negli inventari (53), viene detto: stagnadello, stagniado, stegnadello, stegnato. Anche per lui il valore è determinato dal peso.

Apparecchi e altri utensili domestici

Un apparecchio indispensabile fu la bilancia (balanza), detta lireta, pisetto, stadera, ne sono state censite 47, di ferro, di ottone o di rame. Una, nell’anno 1587, certamente già antica è detta: stadera con l’asta di legno vecchia… La bilancia viene definita secondo la sua capacità di pesatura, la più potente arriva a pesi 25 (20 kili). A volte viene accompagnata dai suoi campioni di ottone o di ferro.

Sono tre bilanzine dall’oro con le loro cassettine di legno, utilizzate soprattutto per il controllo delle monete.

Troviamo il bacile sempre di ottone e anche il barile a volte detto per l’aceto.

Gli accessori per il camino sono il bernazzo[26], moietta, soffietto, treppiede, brandenali[27], la catena da fuoco o sosta.

Nel Settecento la pratica di stirare i vestiti non è ancora diffusa, il ferro da stiro, o sopressa, viene citato una sola volta nel 1724 come l’attrezzo di un sarto.

Gli specchi sono poco numerosi, solo 6, detti con cornice. Curiose le tre teste o testiera da parrucca.

Alcuni santaroli d’ottone, crocefissi, reliquiari, immagine sacre e quadretti incorniciati con effigie di Santi e poi tanti altri oggetti più o meno conosciuti ed identificati:

Agerolo, asidarolo, basiete, tapieri, bisoli, bronza, bruschini, bugadore, candelieri, caponera, cassa dall’acqua, cavagne, cavedoni di ferro, cazulera, conca e conchetti di legno, sesola, cugioni (cügianù) d’ottone, fiaschi, gradella, gratarola, gropetti, lumi, lampada d’ottone con suo vetro, lanternino di ferro, lavamano, lavezzo, lavezzolo, mortaro di preda, preda da molare, monga per scaldare il letto, scaldaletto di rame, ola da olio, olette, olini, secchia, sedelino, sedella, soglio (soio) dai panni o sia mastello.

 Mobilio

Sono 170 i mobili descritti secondo la natura del legno utilizzato per la sua fabbricazione, dei quali 132 (quasi l’80%), sono di noce. In base al tipo di legno seguono: il peghera (abete) con 17 elementi, di castagno 13, olmo (albara) 5, ciliegia 1, rovere 2.

La cassapanca, come la indichiamo oggi, viene chiamata semplicemente cassa o cassone (casò, cassù). Il numero è impressionante: 43 casse, 10 cassoni, 23 cassette o cassettine, 55 scrigni o scrignoli.

La cassa, spesso con serratura, viene descritta: dipinta, con ornamenti, con fattura, ordinaria, ornata. Una cassa viene detta usata come letto e un’altra intagliata con arma Roncalli.

Alcune cassette sono utilizzate per la conservazione della farina, ma c’è anche l’arca: il farinaio.

L’armadio, come lo conosciamo oggi, ancora non esiste, ma ci avviciniamo, nel Settecento troviamo l’armario di peghera grande, o l’armero con le sue antine (sono solo 4 censiti).

Il vestiario (vesterio-vestère), che sarebbe il comò di oggi, alto circa 1 metro con 3 o 4 cassetti dentro, uno sopra l’altro (9 censiti, solo nel Settecento).

Per i bisogni corporali sono segnati: una cassetta detta “per comodità” come pure troviamo una sedia detta cadrega de comodità.

In cucina si trova la credenza o credenzone (14 censite) può essere con cassetti, con serrature ed intagliata. Sopra si appoggia scansi (scanzia per i tondi e scudelle), il tavolo generalmente quadrato, alcuni (solo 2) sono tondi e in due pezzi.

Soltanto 4 abitazioni possiedono la panera (madia).

I banchi, qualche volta detti cassa, da sedere (al fuoco), o appresso al letto. Nel Cinquecento si usa di più il termine banchetta o descho (descheto).

Per sedersi c’è la cadrega (sedia) alcune impagliate. C’è la scabella (scabèl) senza schienale e la scagna spesso con tre piedi, alcune dette fatte al tornio.

Per la preghiera c’è l’inginocchiatoio, l’oratorio (oratòr) di noce, a volte con cassetti e colonnette, con cornice, di rimesso.

Letti e tessili corrispondenti

Il letto è composto dalla lettiera (letera-litiera), cioè il mobile di legno, la testiera (alcune intagliate) certe volte con colonne a ritorto, con il fondo solato di asse. Ne abbiamo elencati 41.

Nella lettiera si appoggia sul fondo di asse quando c’è, o su due cavalletti, il pagliazzo-paiazzo (pagliericcio) sul quale si pone lo stramazzo (materasso) di lana. Altre volte il materasso viene detto semplicemente letto di lana, o letto di piuma per i più agiati, sono censiti nº 23, il valore del letto di piuma si misura in base al peso.

Si usa il capezzale (cavessàl) di penne o di lana, che misura la larghezza del letto, e i cuscini individuali.

La coperta è generalmente di lana, spesso detta valenziana.

Il lenzuolo è un elemento essenziale del corredo, in proporzione ai letti censiti le lenzuola sono molte di più e di una varietà, qualità e prezzi molto diversi. Detti di tela, canevazzo[29], lino e stoppa, mezzolana, ornati di pizzi, zana, canetta.

La federa del cuscino si dice fodreta o fodrigeta (fodrete da cosini).

L’asciugamano (sugamane o mappa) praticamente non ci sono, 13 in tutto censiti (sono 8 nella stessa casa).

Attrezzi

Tutti gli attrezzi convenzionali, tipici della comunità rurale e contadina, sono così elencati:

Badile, coltra, vanga, zappa, zappette, zappone, falce (ranza, folze, folzetto), podetta o sia folcetta, martello da ranza, massa per tagliare il fieno, fraschèra o sdirna, rastelli, raschio, lime, manera, marteletto o sparsello per battere i cerchi di vaselli, martelli da muratore, folzone per la carne, crivello, cazula da muratore, ferri da torno, da telaio, da marengone, sarzi, sarzetti, corlazzi, pigazza, pigazzino, segere, segur, segurello, segurino, sgorbine, tenevella, misuretto da sarto, misuretto per tela e panno, aspa e ghìndola (arcolaio) delle filatrice, pettine da far stame, parita per ordire panni, spinazzi da lino, telai per fare: panni, droghetti, saette.

Altro

Nel Cinquecento sono inventariati le castagne, frumento, fagioli, noce, spelta, segale e vino. Successivamente troviamo il mais (melgone), rape, orzo, olio di noce, uva, formaggio e carne.

Le armi sono numerose. Tutte le famiglie possiedono almeno un archibugio, nei nostri 47 inventari ne abbiamo censiti 23. Sono detti da azalino, da ruota, da misura, con martellina. In più dei 23 archibugi, abbiamo anche censiti 9 detti schiopetta, 14 detti sciopo. Le pistole sono 6 dette terzette. Troviamo anche un’alabarda, una balestra da bolsoni[30] e 8 spade.

Valore delle cose

Sui 53 inventari spogliati 31 hanno il valore stimato (o realmente pagato) degli oggetti elencati. Nella tabella seguente il valore indicato concerna essenzialmente i secoli XVII e XVIII.

E difficile stabilire un valore preciso dei manufatti citati negli inventari, la descrizione degli oggetti è molto sommaria, sono detti: usati, nuovi, spesso non è indicato niente. Dunque senza sapere le misure, la qualità del materiale, delle rifiniture o degli ornamenti è problematico centrare un valore medio, abbiamo scelto di proporre una forbice tra un minimo e un massimo, eliminando gli estremi. La moneta (L.) è la lira.

archibugio 6 a 24 L. lettiera 10 a 30 L.
schiopetta 13 a 25 L. letto di piuma 30 a 70 L.
schiopo 7 a 34 L. pagliazzo 2 a 10 L.
arcolaio 1 L. stramazzo di lana 25 a 48 L.
badile 1 L. coperta di lana 10 a 20 L.
manera 2 a 4 L. cuscino lana o piuma 1 L.
martello da muratore 1 a 2 L. fodretta 1 a 2 L.
palo di ferro 8 a 12 L. lenzuolo 8 a 18 L.
pigazzo 0,5 L. tovaglia 4 a 8 L.
ranza 1 a 2 L. tovagliolo 1 a 2 L.
sarzo 1 a 2 L. armario di peghera 11 a 20 L.
segura 2 a 3 L. vestiario 15 a 40 L.
tellaro da panno 70 L. cassa 9 a 19 L.
vanga 3 a 6 L. cassone 10 a 30 L.
zappa 1 a 2 L. cassetta-cassettina 3 a 5 L.
zappone 3 a 5 L. scrigno 4 a 16 L.
cucchiaio d’ottone 4 soldi credenza con scanzia 5 a 30 L.
peltro (bicchieri-piatti) 4 L./kg banchetta-banco 3 a 8 L.
anello d’oro 10 a 26 L. cadrega 2 a 5 L.
collana d’oro con coralli e/o granati 17 a 43 L. scagna < 1
filo (filza) di granati 6 a 24 L. scabella 1 a 2 L.
abito di donna 24 a 55 L. tavola 6 a 25 L.
bavelotto 14 a 17 L. tavolino 3 a 12 L.
bianchetta-camisola 3 a 7 L. cuna 4 a 10 L.
bigarolo 2 a 3 L. caldera 42 a 64 L.
braghe 1 a 4 L. calderolo 26 a 34 L.
busto 5 a 12 L. padella di ferro 2 a 4 L.
calze 2 a 4 L. padella di rame 4 a 7 L.
camicia 4 a 12 L. perollo 5 a 10 L.
colletto 1 a 2 L. pignata 4 a 15 L.
fazzolo 2 a 10 L. ramina 5 a 10 L.
cappa-ferarolo-tabarro 12 a 28 L. stegnato 6 a 13 L.
ghirone 7 a 25 L. bacile d’ottone 4 a 8 L.
pedagno 8 a 32 L. barile 1 a 2 L.
sarza 20 a 40 L. tina tra 10 e 12 br. (700-850 l.) 28 a 43 L.
scarpe, paio 4 a 7 L. vasello tra 2 e 5 br. (140-350 l.) 14 a 23 L.
scossalo 2 a 7 L. vasello tra 6 e 12 br. (420-850 l.) 22 a 48 L.
sendale 13 a 20 L. bilancia 6 a 18 L.
sottana-sottanino 9 a 24 L. cassa dall’acqua < 1 L.
velata 6 a 15 L. catena da fuoco 2 a 4 L.
vesta 20 a 50 L. lume < 1 L.
scaldaletto di rame 5 a 8 L. ola da olio 1 a 3 L.
sedella 9 a 12 L.

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Robert L. Invernizzi, con l’aiuto di Anna Rita Meschini e Zaccheo Moscheni.

Aprile 2021

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Rogiti notarili spogliati (Archivio di Stato di Bergamo)

1562 / 128 – Notaio Gio. Giacomo Moscheni-Zanuchini, filza 1722, nº 163, il 26 maggio 1562, in Fuipiano, inventario dei beni di Tomaso f.q. Pietro Galli de Locatellis.

1563 / 127 – nº 383, il 6 gennaio 1563, Coegia in Locatello, inventario dell’eredità del q. Gio. Maria Borella.

1565 / 131 – nº 288, anno 1565, inventario dei beni del q. Gabriele Parthi de Manzoni per Cipriano e Gio. Pietro suoi figli, di Selino.

1571 / 129 – Notaio Gio. Giacomo Moscheni-Zanuchini, filza 1726, nº 135, il 20 giugno 1571, in Regorda-Corna, inventario degli Gio. Antonio e Gennaro fratelli, f.q. eredi minori del q. Gio. Antonio olim Gio. Corona de Invernicis.

1577 / 114 – Notaio Eustachio Arrigoni, filza 2742, nº 323, il 26 settembre 1577, in Camozzo de Mazzoleni, inventario dei beni del q. Silvestro f.q. Alexi Antonio Grossi de Mazzoleni

1586 / 124 – Notaio Gio. Giacomo Moscheni-Zanuchini, f. 1731, nº 183, il 15 luglio 1586, in Camozzo, Mazzoleni, assegnazione-inventario, beni di Gio. Pietro f.q. Battista Bachaini de Mazzoleni.

1587 / 130 – Notaio Gio. Giacomo Moscheni-Zanuchini, f. 1732, nº 51, il 2 aprile 1587, in Bergamo, divisione tra parenti Carminati-Imania di Locatello.

1624 / 125 – Notaio Gio. Giacomo Moscheni-Zanuchini, f. 4222, nº 3, il 25 gennaio 1624, in Camozzo, Mazzoleni, inventario dei beni dell’eredità del q. Pietro f.q. Antonio Magnano de Mazzoleni.

1629 / 126 – Notaio Gio. Giacomo Moscheni-Zanuchini, filza 4223, nº 102, il 24 marzo 1629, in Chignolo, Rota Dentro, inventario dell’eredità del q. Giuseppe Locarini.

1670 / 145 – Notaio Giovanni Antonio Farina-Manzoni, filza 4134, nº 9, il 8 maggio 1670, inventario dei beni del defunto Reverendo Carlo f.q. Francesco Quarenghi di Rota Fuori.

1683 / 132 – Notaio Antonio Rota, filza 7630, nº 37, il 11 maggio 1683, in Caguarinone di Rota Fuori, inventario dei beni della q. Margherita vedova del q. Andrea Rota.

1686 / 153 – Notaio Antonio Gervasoni, filza 6043, il 23 marzo 1689, inventario per il matrimonio tra Giovanna figlia di Gio. Locatelli di Corna e Pasqualino f.q. Bartolomeo Frosio Roncalli, inventario del 1686.

1693 / 152 – Notaio Francesco Moscheni, filza 5338, il 3 gennaio 1693, stima dei beni di Lucia moglie di Tomaso q. Lorenzo Frosio Roncalli di Cà Camerata di Mazzoleni.

1699 / 154 – Notaio Francesco Rota de Chiarelli, filza 6731, nº 188, il 25 novembre 1704, in Sant’Omobono, contratto di matrimonio tra Bartolomeo f.q. Bartolomeo Frosio Roncalli di Selino e Caterina Mazzoleni de Ferracini. Inventario del 1699.

1699 / 141 – Notaio Francesco Moscheni, filza 5385, nº 6, il 10 gennaio 1699, in Rota Fuori, divisione dei fratelli Pelaratti di Caguaccio.

1699 / 134 – Notaio Bartolomeo Frosio-Roncalli, Il 25 novembre 1699, in Selino, inventario dei beni del q. Bartolomeo Frosio-Roncalli in Capignoli.

1703 / 143 – Notaio Francesco Moscheni, filza 5386, nº 45, il 26 giugno 1703, inventario dei beni del defunto Marcantonio f.q. Tomaso Milesi di Razoli in Selino.

1705 / 119 – Notaio Antonio Gervasoni, filza 6046, il 28 maggio 1705, in Caprospero di Locatello, inventario dei beni consegnati per il matrimonio di Laura Arrigoni moglie Berizzi.

1706 / 109 – ASBg – Collegio notarile nº 25-26, nº 92 il 3 agosto 1706, inventario dei beni lasciati da Gio. Antonio Quarenghi al figlio Francesco di Rota Fuori.

1707 / 112 – Notaio Antonio Gervasoni, filza 6050, il 15 settembre 1724, beni dotali (corredo) lasciati l’anno 1707 a Gio. Pietro f.q. Gio. Morando Berizzi di Corna.

1707 / 146 – Notaio Marsilio Rete-Roncalli, filza 7806, 20 gennaio 1707, inventario e divisione tra i fratelli figli del q. Giuseppe Locatelli detto David di Fuipiano.

1707 / 136 – Notaio Antonio Gervasoni, filza 6046, il 7 settembre 1707. Emancipazione dei figli di Carlo f.q. Maffeo Rodeschini di Locatello.

1711 / 107 – Notaio Francesco Rota-Chiarelli, filza 6732, il 20 febbraio 1711, in Mazzoleni, separazione dei figli di Cristoforo q. Antonio Vanoli.

1717 / 120 – Notaio Antonio Gervasoni, filza 6048, il 5 marzo 1717, inventario del corredo di Lucia figlia di Marcantonio Berizzi di Locatello, moglie Rota.

1721 / 108 – Notaio Francesco Rota de Chiarellis, filza 6735, nº 92, il 26 giugno 1721, inventario dei beni lasciati dal q. Giacomo Pasqualino Mazzucotelli di Corna.

1722 / 105 – Notaio Francesco Quarenghi, il 24 marzo 1722, inventario e divisione dei fratelli e figli del q. Giuseppe f.q. Gio. Angelo Tondini di Rota Dentro.

1725 / 117 – Notaio Francesco Rota de Chiarellis, filza 6735, nº 53, il 6 settembre 1725, in Corna – Regorda, inventario dei beni del fu Pietro olim Gio. Morando Berizzi.

1729 / 137 – Notaio Francesco Quarenghi, il 27 maggio 1729, in Rota Fuori, incanti dei beni dell’eredità del q. Gennaro Quarenghi.

1730 / 139 – Notaio Francesco Quarenghi, il 19 febbraio 1734, inventario del 17 gennaio 1730, corredo dei beni in dote di Caterina Pelaratti figlia di Francesco, moglie Bugada.

1732 / 140 – Notaio Francesco Quarenghi, filza 8201, il 4 marzo 1732, in Rota Fuori, divisione dei beni di Carlo Pelaratti.

1736 / 162 – il 16 aprile 1736, matrimonio tra Flaminia figlia di Giuseppe Berizzi e Bartolomeo figlio di Domenico Manzoni, in Locatello inventario del 25 gennaio 1734.

1737 / 110 – Notaio Francesco Manini de Personeni, filza 8023, il 4 maggio 1737, in Capiretti di Mazzoleni, inventario dei beni del q. Francesco q. Carlo Salvi.

1738 / 115 – Notaio Giuseppe Gervasoni, filza 11006, il 2 novembre 1741, in Corna, inventario del 1738 del corredo di Anna Maria f.q. Pietro Berizzi, moglie Frosio-Roncalli.

1739 / 138 – Notaio Francesco Quarenghi, il 13 gennaio 1739, in Rota Fuori inventario dei beni, corredo di Giacoma figlia di Francesco Pelaratti, moglie Beloli.

1740 / 142 – Notaio Antonio Rota, filza 7610, nº 50, il 15 aprile 1740, in Careffi di Sopra di Valsecca, inventario dei beni del fu Martino Moscheni.

1740 / 113 – Notaio Francesco Quarenghi, il 6 maggio 1740, in Rota Fuori, inventario dei beni dotali (corredo) per il matrimonio di Gio. Giacomo Quarenghi e Orsola Rota (genitori dell’architetto Giacomo).

1740 / 149 – Notaio Bartolomeo Perniceni, filza 8372, il 17 novembre 1740, divisione dei beni nella famiglia Invernizzi di Pagafone in Fuipiano, inventario del 22 giugno 1740.

1743 / 155 – Notaio Bartolomeo Perniceni, filza 8372, il 29 luglio 1743, bilancio-divisione-inventari tra fratelli figli del fu Bernardino Frosio Roncalli di Cepino.

1745 / 135 – Notaio Francesco Quarenghi, il 23 marzo 1745, casa parrocchiale sotto il campanile di Rota Fuori, inventario del q. Rev. Martino Rota.

1746 / 101 – Notaio Francesco Quarenghi, il 24 maggio 1746, in Capizoli di Valsecca, inventario dei beni di Pietro f.q. Gasparo Todeschini.

1746 / 102 – Il 6 luglio 1746, in Pagafone di Fuipiano, inventario dei beni di M. Lucia Berizzi, moglie di Ottavio Frosio-Roncalli di Cepino.

1752 / 103 – Notaio Francesco Quarenghi, il 10 marzo 1752, alla Torre di Rota Fuori, emancipazione e divisione dei fratelli, figli di Francesco f.q. Gio. Battista Rota.

1761 / 147 – Notaio Giuseppe Gervasoni, filza 11009, il 12 febbraio 1761, in Corna, divisione e inventario tra i fratelli f.q. Giovanni Locatelli olim Tomaso di Brancilione.

1763 / 111 – Notaio Gio. Maria Bugada. Il 3 gennaio 1763, in Cabertaglio di Rota Fuori, inventario per divisione dei beni del q. Giuseppe olim Alberto Quarenghi.

1765 / 106 – Notaio Gio. Maria Bugada. Nº 97, il 18 luglio 1765, in Cabertaglio di Rota Fuori, inventario dei beni del q. dottor Giuseppe Quarenghi.

1782 / 104 – Notaio Bernardo Dolfini, filza nº 9646, il 22 novembre 1782, inventario-divisione dei beni di Giuseppe Maria f.q. Giuseppe M. Tondini di Rota Dentro.

1792 / 148 – Notaio Carlo Domenico Locatelli, filza 11712, il 28 dicembre 1792, divisione e assegnazione agli figli da Martino f.q. Giuseppe Locarini di Locatello in Cativanome.

1542 / 156 – Notaio Alberto Battista Arrigoni, filza 2113, 1542, inventario dei beni di Angelo f.q. Luchino Cobelino de Pellegrini, cittadino di Bergamo, abitando Capellegrini di Bedulita, con data: 1527.

1591 / 157 – Notaio Giovanni Moscheni Zanuchini, filza 3417, nº 65, il 27 febbraio 1591, beni dotali di Marsilia f.q. Gio. Pietro Mazzoleni di Cà Berghè in Sant’Omobono.

1596 / 158 – Notaio Giovanni Moscheni Zanuchini, filza 3417, nº 114, il 16 ottobre 1596, testamento di Gio. Antonio f.q. Francesco olim Antonio Mirabelli de Moscheni.

***

[1] Voc. Angelini: Marsina, camisula, zipò, corpet. Farsetto, vestimento del busto come giubbone o camiciuola.

[2] Poco utilizzato, nel Cinquecento. Voc. Angelini: Casacca: vestimento che copre il busto, come il giubbone, ma ha di più i quarti. Voc. Tiraboschi: Casachì, abito di donna, giubba.

[3] Voc. Tiraboschi: V.T.: Elada o Velada, Marsina, Frac. Giubba, falda, abito di conversazione e con nomi generici dicessi anche abito, vestito.

[4] Voc. Tiraboschi: Quella parte della vesta della donna che prende dalle spalle ai fianchi.

[5] Detto Zipone, zippa, ziponcello. Voc. Angelini: Zipò. Giubbone, veste stretta che copre il busto alla quale s’allacciano le calze e i calzoni – Gipa, giubba, vesta cosi da uomo come da donna per tener sotto. / Voc. Tiraboschi: Zipù, giubbone o giuppone

[6] Voc. Angelini: Bavela o straza, bava, bavella, si dice a quella seta, che non avere nerbo non può filarsi, e però si straccia. / Strus. Gusvi. Recog. Spelaia. Galete buse. Filaticcio, drappo che si fa col filo delle robe di seta, che qui in bergamasca favella si chiama: baveli, bavelot; capizola, spuli, ferandina…

[7] Sargia. Voc. Angelini: Saìa, sarza, saeta, spezie di panno lano, sottile e leggieri. La sarza non è soltanto un tipo di tessuto, il termine viene anche utilizzato per descrivere un capo, che sembrerebbe una gonna.

[8] Voc. Tiraboschi: Fassol nella v. Imagna si dice: panèt, fazzoletto o fazzolo, fassòl del nàs, del co, del còl, del sùdùr.

[9] Voc. Tiraboschi: Ghirù, sottana, gonnella, sorta di vestimento di panno lano, senza vita e che portasi dalle donne sotto il vestito.

[10] Voc.Angelini: Mezelà. Mezzolana. Pannus lino / Voc.Tiraboschi: Mezzalà e Mezzelà. Mezzalana. Mesalà: Sorta di panno fatto di lana e di lino, che dicessi anche Accellana, quasi accia e lana. / Voc. Zappettini: Mezalà, mezzalana. Sorta di stoffa fatta di lana e di lino

[11] Voc. Tiraboschi: Sotana, veste nota da donna. Sotanì. Sottanello, cintino. Veste corta che si porta dalle donne di sotto e copre dalla cintola in giù. / Voc.Angelini: Sotanì. Ghirò. Sottano. Vesta che si porta sotto a quella, che si tien di sopra.

[12] Voc. Angelini: Pedagn. Traversa, gonna, veste e abito femminile per lo più – Pedagnet. Gonnelletta, gonnelluccia / Voc. Tiraboschi: Sottana, quella parte del vestito donnesco che è cucita alla vita, o tutta du un pezzo con essa, e che dalla cucitura in giù cinge, senza stringere tutta la persona. / Voc. Zappettini: gonna, sottana, vestimento da donna che dalla cintura scende alla calcagna. Veste che portano le donne dalla cintura ai piedi sopra o sotto altre vesti.

[13] Bucherame.

[14] Voc. Angelini: Bigarùl, scosal, scosalina, grembiule, pezzo di panno lino e altra materia che pende infino in su i piedi. / Voc. Tiraboschi: scossàl, grembiale e grembiule.

[15] Voc. Angelini: Cambraia. Tela di Cambraii, tela bissina. / Cambrai città del nord della Francia, nota nel Medioevo per i suoi tessuti, pizzi e merletti.

[16] Voc. Angelini: Frerùl. Tabar. Tabarro, mantello. Spezie di vestimento per lo più con bavero e senza maniche, che si porta sopra gli altri panni. / Voc. Tiraboschi: Freròl. Ferrajolo. Mantello semplice con collare, che si chiama bavero.

[17] Voc. Angelini: Cibra. Pianella, calzamento di cuoio, che non ha calcagno.

[18] Voc. Angelini: Schifia o breta. Copertura del capo fatta di panno lino, la quale si lega con due cordelline. / Voc. Tiraboschi: Scöfia. Cuffia o scuffia e anticamente cresta. Scöfù. Cuffietta, cuffina, piccola cuffia per bambini.

[19] Voc. Angelini: Fazolet da nas, da sofias…

[20] Voc. Tiraboschi: Maneghète, due mezze maniche di panno lino o d’altro tessuto semplice o ricamato, le quali le donne sogliono portare per ornamento.

[21] Voc. Tiraboschi: Pitürina. Pettorina, pezzo triangolare, impuntino e fortemente orlato, che colla punta all’ingiù ponesi sul petto sotto il busto.

[22] Voc. Angelini: Zandal, velo grande, zendado sposereccio. Zandali a foza de schifia: velo piccolo, cuffia.

[23] Voc. Angelini: Pirò-pirù, piccolo strumento di metallo con due o più rebbi.

[24] Numerose pubblicazione si accordano per determinare l’uso comune della forchetta alla fine del Settecento.

[25] Voc. Tiraboschi: Pignata. Pignèta. Pignetì. Pignetina. Pentola, vaso di rame per cuocervi carne e minestra. – Pignetù. Pentolone.

[26] Voc. Angelini: Bernaz, paletta che s’adopera nel focolare – Moietta, molle, strumento di ferro per rattizzare il fuoco.

[27] Voc. Angelini: Brondonai, ferramenti che si tengon per tener sospese le legne / Voc. Tiraboschi: Brandenai – bordonàl-bordunàl, alare, arnese di ferro con ornamenti di ottone, bronzo, che si tiene nel camino per tenere sospesa la legna.

[28] Arte minore bergamasca. Luigi Angelini (1884-1969) – Bergamo 1974.

[29] Voc. Angelini: Tila di canet o canevaz o canevata. Canavaccio. Sorta di panno lino grosso e ruvido.

[30] Voc. Angelini: Bolsò. Bolsone. Saetta armata di capocchia che si tira con la balestra.

Brumano, Fuipiano, Locatello, Corna – Le famiglie e il territorio

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“ Historia magistra vitae’, la storia è maestra di vita ! E la storia diventa vita narrandola, come fa il ricercatore appassionato Robert Invernizzi che, partendo da consultazioni di documenti e scritti in archivi, lasciti e  fonti notarili  alla ricostruzione di  genealogie, riporta alla luce  non tanto date e nomi  ma vite  di persone nelle caratteristiche della loro esistenza  e della società nella quale hanno vissuto. Ne risulta una pagina inedita della storia e della realtà ritrovata e riscoperta come ricco patrimonio dei paesi e del territorio della Valleimagna .

La Valleimagna , la più  bella delle valli bergamasche dal punto di vista naturalistico e paesaggistico , nelle ricerche di Robert, che in questa valle tiene le sue origini, si arricchisce del contesto del suo  passato scritto in registri parrocchiali, in estimi, in fonti notarili, in archivi di stato, collocando  gli eventi   della   storia  della  sua gente intraprendente  ed attiva  dei suoi paesi in un orizzonte di qualità e distinzione nell’arco temporale dei secoli interessanti e vivaci  ma sottaciuti o ignorati dalla modernità contemporanea.

Come dice don Ermanno Meni parroco di S.Siro di Rota alla presentazione del lavoro di ricerca   fatta da Robert sull’archivio parrocchiale di Rota intitolata “Radicis nostrae“.

<< La storia ci sintonizza con il passato per capire da dove veniamo; ci radica nel presente per capire chi siamo e qual è il nostro ruolo nella società; ci orienta nel futuro per capire cosa dovremo fare. La storia ci permette di capire che l’uomo di oggi non è un essere separato dall’uomo di ieri e di domani, perché il presente è il frutto del passato e il seme del futuro. La storia non distribuisce colpe o meriti, ma ci consente di scoprire le esperienze costruttive del dna storico….. Quando nella storia si citano date e nomi non si compie una fredda azione bibliografica. Numeri e parole racchiudono la vita di quelle persone, le loro ansie, le loro scelte, le caratteristiche della loro esistenza e della società nella quale hanno vissuto. Il recupero di quella storia   intitolato “1563 radicis nostre” è un atto di umanità: dentro quei nomi e quelle date ci sono la vita serena e sofferta, faticosa e buona, drammatica e dura, religiosa e pia, di padri, madri, figli, nostri antenati. Chi si impegna nella ricerca storica è un uomo generoso, si mette al servizio dei suoi simili, e ciò che lo differenzia dal vivere in maniera anonima è la consapevolezza di arricchire la comunità di un’eredità non economica, ma esistenziale. Il suo intervento può contribuire al miglioramento della società, ai giovani e alle generazioni future. Chi si dedica alla storia sviluppa una capacità di previsione per il futuro, non restringe la visione del futuro alla propria vita individuale, ma considera anche quella delle persone con le quali vive >>.

Penso sia questa la valida e  doverosa  presentazione del “lavoro” di Robert Invernizzi, “un uomo generoso impegnato nella ricerca storica “ nella segnalazione del suo ultimo contributo alla Valleimagna  sui paesi di “ Brumano Fuipiano Locatello e  Corna d’Imagna “, da segnalare all’attenzione di interesse pubblico delle   Amministrazioni Comunali , ma più opportunamente da segnalare all’interesse culturale di chi abita la Vallimagna,  di chi tiene  le radici in Vallimagna,  di chi ha a cuore il suo destino e la sua identità.  A loro segnaliamo in accompagno al lavoro sui paesi di “Brumano Fuipiano Locatello e Corna d’Imagna “,  le belle e straordinarie  ricerche sui “Mulini della valle”,,,,come quella di Cepino e Mazzoleni , IMANIA lana follatura e pannilana in Alta Valle Imagna, Valsecca famiglie contrade,  Cognomi  della valle dalla  A alla Z –  aspettando anche la raccolta su Rota d’Imagna   ed altro da trovare pubblicate  sul blog “www valle imagna nella storia “…

Aquilino Rota

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“IMANIA” – Lana e follatura in Alta Valle Imagna

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Imania

Lana, follatura, pannilani in Alta Valle Imagna

 

 

 Robert L. Invernizzi – Dicembre 2019

 

In Memoriam

Marzio se n’è andato nella stanza accanto. Mi ero così bene abituato ai nostri incontri in valle! Abituato ai suoi suggerimenti, ai suoi consigli, alla sua disponibilità, abituato alla sua gentilezza.

Il filo non è spezzato… sei solo dall’altro lato del cammino[1].

Grazie Marzio! [2]

—o—

Nella descrizione del territorio del 1596, Giovanni da Lezze, parlando della valle Imagna, rivolge l’attenzione a questi commenti:

Gli huomini fanno gl’officii della lana e con quelli si sostentano e le donne filano stammi a Bergamaschi et a Milanesi, o ancora: gli huomini lavorano panni (…) et le donne filano i stammi (…).

Alla nostra epoca, potrebbe sorprendere di leggere che gli uomini lavorino la lana, nella memoria collettiva, l’attività tessile è roba da donne! Tutti abbiamo in testa quest’immagine di tantissime donne impiegate stagionalmente nella filatura di un secolo fa, o nella nostra stretta visione semplicistica, con una certa nostalgia, rivediamo nonne e bambine che filano con la rocca ed il fuso (forse per divertimento…). Abbiamo completamente perso il senso ed il valore di questi lavori, benché non siano trascorsi molti decenni che le ultime filatrici e tessitrici caserecce abbiano cessato queste attività. Certo le donne, dopo lunghe giornate di lavoro nei campi o a curare il bestiame, filavano, poi nelle stagioni più adatte, tessevano anche. Ma le varie fasi di lavorazione della lana, per arrivare alla tessitura e le successive tappe di rifinitura, erano differenti e mestieri duri anche per gli uomini.

Infatti i numerosi stadi di lavorazione della lana sono lunghi e laboriosi, al contrario del cotone, della seta o del lino che non richiedevano un così lungo processo di rifinitura dopo la tessitura. Le tele di lana che uscivano del telaio presentavano un aspetto imperfetto che poteva, forse, accontentare gente di campagna per il proprio autoconsumo. Ma chi voleva commerciare con altre città affrontava un’aspra concorrenza e non poteva mettere sul mercato panni così rozzi. Con un trattamento appropriato, dopo la tessitura, la qualità del panno di lana veniva affinata di molto e poteva confrontarsi con i tessuti di cotone o di seta. Però per raggiungere un buon livello di rifinitura il lavoro era lungo, difficile e costoso.

Per secoli queste attività furono un complemento essenziale per l’economia domestica di numerose famiglie, il raccolto agricolo troppo scarso per assicurare un anno di sopravvivenza, la lana e la sua trasformazione, rappresentava un’entrata di denaro ma fu anche indispensabile per il bisogno quotidiano, le figlie preparavano il loro corredo, tutti avevano bisogno di coperte, lenzuola, biancheria ed indumenti[3].

La valle Imagna vanta una vera e lunga tradizione laniera, ma resta la parente povera della provincia, per il lanificio, se paragonata ad altre valli bergamasche. Proseguiamo con il racconto di G. da Lezze, parlando del torrente Imagna: << sopra la qual fiumara vi sono molini da grani n.13 // un follo da folar panni>>. Un solo follo quando la valle Gandino ne ha 36, la valle Seriana Inferiore: 26, solo nel comune di Vertova se ne contano 18. Poi per tutta la valle Seriana sono contabilizzate 11000 pecore, in Valle Cavallina: 7380 e solo 1400[4] in valle Imagna.

Con le nostre ricerche abbiamo censito, per i primi anni del ’500, 8 folli solo in alta valle Imagna (non abbiamo studiato: Bedulita, Berbenno, Capizzone, Strozza e Roncola). Notiamo già una discrepanza tra gli 8 folli da noi trovati ad inizio secolo ed uno solo descritto dal Da Lezze 90 anni più tardi. È probabile che la produzione di questi opifici, non fosse rilevante agli occhi degli esperti e l’attenzione degli osservatori economici, si rivolgesse maggiormente sulle valli Gandino e Seriana.

Tentando di andare indietro nel tempo, troviamo lo storico Ignazio Cantù che, nel suo volume n.5 di Bergamo e il suo territorio (1860), descrivendo la tessitura bergamasca nel ‘300, scrive: (…) troviamo la tessitura e preparazione di panni diffusa fino nei casolari più romiti delle montagne, e delle valli a Fò in Plano[5] e Valsecca, negli estremi abituri dell’Imagna vi erano tre gualchiere e producevano annualmente 250 pezze di panno. Non sappiamo da dove sia stata estratta questa informazione, qual è la fonte, ma fu ripresa da numerosi ricercatori.

Il periodo citato, il secolo XIV, corrisponde alla diffusione di un prodotto tipico della valle, particolarmente studiato dalla professoressa Patrizia Mainoni[6], il panno valdemagno (drapum valdemagnum). Benché non fosse considerato di speciale qualità, aveva sicuramente un particolare valore ed un proprio nome, figura, infatti, nei tariffari dei pedaggi nel nord Italia nel secolo XIV[7]. Negli statuti di diverse città dell’Italia settentrionale, si trova frequentemente citato il drapum valdemagnum che non era assimilato ad un tessuto di grande pregio ma, sicuramente di quantità notevole, indicava forse più una tipologia che non una provenienza, pur avendo il centro produttivo originario nella valle Imagna. Il valdemagnum si trova inserito fra le merci elencate nel patto commerciale concluso fra Milano e Venezia nel 1317, nel tariffario dei dazi di Como e nelle provvisioni emanate dai Visconti negli anni 1340-1350[8].

Estratto datato 1345 del: Liber datii mercantie comunis mediolanis

In nomine Domini, MCCCXLV, indictione XIII, die sabbati XVIIII mensis martii. Cum multe mercantie ducantur a civitate et episcopatu Cumdrunt, Pergami et a partibus Valliscamonice, episcopatu Brixie, ad civitates Papie, Novarie earumque episcopatum in Lacum Maiorem et ultra Ticinum, maxime, inter alias mercantias, falces de predariis, drapos de Valdemagna et codas de predariis de quibus evitatur per mercatores fieri solutio datii, pedagii den.XII pro libra e datii veteris communis M., asserentes mercatores evitare pro magnis pedagiis que oportent solvere communi M[…..][9].

Come vediamo c’è un divario tra una realtà descritta dai diversi ricercatori, per il periodo del ‘300, ed il constatato di Da Lezze, alla fine del ‘500[10]. La seconda metà del Trecento vede le valli Imagna e San Martino coinvolte nelle sanguinose e distruttrici vicende belliche. Le conseguenze[11] non sono misurabili ma, certamente, entrano nel conto del destino economico della valle.

Anche se il lanificio valdimagnino non fu il fulcro dell’attività economica della valle, rappresentò tuttavia una fonte importante del reddito contadino, fu la base, il punto di partenza della ricchezza di numerosi mercanti e vediamo nascere nel Quattrocento un ceto imprenditoriale locale radicato essenzialmente su questo prodotto. A monte, quindi per le fasi: lana – filati – tessitura, probabilmente, c’erano gli imprenditori-contadini che gestivano autonomamente il lavoro proprio e della famiglia secondo le stagioni. Ciò viene confermato dagli Estimi, quello di Valsecca del 1476[12], il più preciso, ci fa vedere le tante famiglie che dichiarano, nella loro polizza d’estimo, uno o più pannilani.

(si legge, sotto, in questa prima riga: L. 12 = Lire 12, valore del prodotto)

  • Bertoletto Moscheni: 1 panno nostrano L. 12, più lana da fare un panno L. 16
  • Antonio Moscheni: 1 panno alto L. 41 più 2 panni bassi L. 31
  • Maffiolo Rota-Chiarelli: 10 panni nostrani e 2 alti L. 160
  • Zuane Dolci d° Penzo: un po’ di lana
  • Simone Scudelli: 2 panni maz… Valsugana L. 40
  • Bertramo Gobbo-Valsecchi: lana … L. 90
  • Zuane Valsecchi: 2 panni grosselli L. 30
  • Simone Moscheni: 3 ½ panni bassi L. 60
  • Giacomo Moscheni: 5 panni L. 100
  • Zuane Moscheni: (mercante) panni L. 200
  • Bertrame Moscheni: (mercante) lana e panni L. 300
  • Zuane Valsecchi: 3 panni L. 48
  • Vincenzo Bolis-Raselli di Zuane: 3 panni bassi L. 58 e lana grossa L. 52
  • Vincenzo Bolis-Raselli di Arnoldo: lana e panni L. 300
  • Maffeo Bolis-Raselli: lana e mobili L. 42
  • Martino Bolis-Raselli: lana nostrana da far 2 panni L. 20
  • Andriolo Rota: lana e stame L. 40
  • Bertramino Rota: lana nostrana L. 18
  • Giacomino Rota: lana nostrana L. 15
  • Bertramo Moscheni-Scudelli: 4 panni alti Valsugana L. 200
  • Filippo Rota-Lafranchi: 1 panno e lana L. 23
  • Simone Valsecchi d°Todesco: 2 panni nostrani L. 25
  • Antonio Moscheni-Scudelli: pesi 18 di lana e stame L. 140
  • Zuane Valsecchi: lana nostrana: L. 12
  • Antonio Bugada-Rota: lana lavorata e da lavorare L. 110
  • Pero Bolis-Rasini: lana e stame L. 150
  • Rogero Rota: 3 panni Valsugana sgrezzi alti L. 100, 4 panni sgrezzi bassi L. 70, lana da lavorare L. 40
  • Manzino Bolis: 1 panno grosso L. 12
  • Antonio Moscheni-Scudelli: 1 panno nostrano e un po’ di lana L. 18
  • Antonio Pagnonzino-Scudelli: ½ panno L. 6 e lana lavorata e da lavorare L. 20
  • Andriolo Valsecchi: lana da far 1 panno nostrano più mobili: L. 20
  • Maffiolo Rota-Roguri: pesi 26 lana grossa e mobili L. 26
  • Zuane Barabani-Valsecchi: 1 panno nostrano L. 12
  • Pero Dulzoni (Dolci) d° Petenga: 1 panno matresino basso più lana L. 26
  • Zuane Moscheni-Scudelli: 2 panni e lana da far L. 32
  • Zuane Daina-Valsecchi: panni e lana L. 110, 4 panni alti veronesi: 2 fini e 2 grossi L. 200

Sono ben 36, su 90 censite, le famiglie che possiedono un centinaio di pannilani o tanta lana già pronta da filare o ancora da lavorare.

Abbiamo anche uno Stato d’Anime[13], cioè la descrizione delle famiglie fatta dal parroco del luogo, datato 1574, della parrocchia di San Bartolomeo di Brumano, nel quale sono censite 42 famiglie. Su 71 uomini in grado di lavorare (di età superiore ai 18 anni), 62 sono detti “lavoratori di lana”, 4 sono fruttaioli, 2 detti postero[14] ed altri 3 senza descrizione. Impressionante il dato dei 62 uomini, certamente pastori, tosatori, pettinatori, cardatori, tessitori, cioè tutti quei mestieri che precedevano la follatura e la tintura, fasi che, successivamente, venivano realizzate in fondo valle. Questo documento contraddice le nostre idee in cui vedevamo solo dei malghesi e le loro mandrie di manzi sui monti tra Fuipiano e Brumano. La trasformazione della lana implicava numerosi greggi[15], dunque tanti pastori, non è quindi difficile immaginare la parte alta dei monti che circonda la valle, (spesso terra comunale accessibile a tutti) terreno infertile per l’agricoltura, percorsa da centinaia di pecore. Purtroppo questo numero dimostra la scarsità di lavoro, vede la pastorizia come unica attività ed un evidente stato di povertà della gente che abitava in un paesino arretrato su questi monti isolati.

Il panno di lana serve anche come moneta di scambio o, più precisamente, permette ad un debitore solvibile di contrattare un debito, ad esempio a Giacomo Manzoni di Selino, contrada Rasoli, di regolarizzare, nell’anno 1609, un obbligo verso Bartolomeo Frosio-Roncalli di Cepino[16]. Il Manzoni s’impegna di fornire due stametti[17] alti bianchi e fini, quali tiranno braccia cento undici e mezzo a Lire sette e mezza il braccio[18] Cioè la bella somma di L. 835 ½ per pagare, in parte, il debito contratto di L. 1057, sapendo che un braccio di tessuto misura al metro 0,68, sono più di 75 metri di panno da lavorare.

Il cuoio del bestiame e la lana delle pecore, furono la base del miglioramento della vita dei nostri contadini. Anche se la produzione tessile nelle valli bergamasche è accertata intorno all’XI secolo, i ricercatori concordano che lo sviluppo economico delle attività tessili sia, in parte, dovuto alla presenza della congregazione degli Umiliati nella provincia bergamasca nei secoli XII e XIII. Paolo Manzoni ricorda le due case degli Umiliati in Almenno che si dedicavano soprattutto alla lavorazione e al commercio della lana[19]. Erano comunità monastiche maschili e femminili che promuovevano un ritorno alla povertà evangelica, il lavoro tessile al centro delle loro regole di vita. Ma fuori dalle domus cittadine, le notizie sono scarse, molte incertezze rimangono sugli insediamenti rurali e dunque, sulla loro presenza in valle Imagna. Rimane ferma la nostra attenzione sul fatto che Almenno, per più di un secolo (1230-1358), fu il più antico insediamento dell’ordine nella provincia bergamasca, altro indizio interessante: Maria Teresa Brolis[20], riferendoci della distribuzione dei toponimi che accompagnano il nome dei religiosi, deduce che la valle Imagna[21] fu tra le zone a più intenso reclutamento.

Nelle valli l’organizzazione del lavoro è familiare e a domicilio, le varie fasi della lavorazione, fino alla tessitura, erano eseguite soprattutto d’inverno. Il negoziante, comprato il panno dal tessitore, spesso si fa carico delle finiture quali la garzatura, la tintura e la cimatura, altre volte vengono fatte in città. La provincia bergamasca produceva nel XIII secolo diversi tipi di panni, di qualità diverse e dai colori particolari, che facevano l’originalità del prodotto. Il pannus Pergamensis  era una stoffa conosciuta in tutto il nord d’Italia.[22]

Tutta la regione lombarda nel XIII secolo, fu uno dei grandi centri tessili europei, Bergamo in particolare, esportava quantità di panni di lana in tutta Italia e anche fuori dai confini. La fiera annuale di San Alessandro[23] in Bergamo vedeva come prodotti principali i panni. Tra il Cinquecento ed il Seicento la manifattura tessile fu la principale risorsa della provincia. Agli inizi del ’500 la bergamasca produceva 7-8000 panni circa, per arrivare al colmo agli inizi del ’700 con 39000 panni fabbricati. Nella prima metà del Settecento comincia il declino del lanificio bergamasco.

Gli abitanti delle valli, non solo d’Imagna, vendono direttamente una parte dei prodotti senza passare nella città di Bergamo, imprenditori e mercanti locali tendono sempre ad aggirare il controllo cittadino. La prossimità del territorio milanese influirà fortemente sullo sviluppo economico della Valle Imagna e sarà fonte di conflitti. Le autorità bergamasche (e le corporazioni laniere cittadine), al tempo del dominio milanese, tentano in diversi modi, di obbligare il passaggio nel capoluogo per la riscossione dei dazi, proponendo ai Visconti anche la distruzione dei folli e tintorie[24], lo scopo era di bloccare la finitura dei prodotti tessili, dunque, frenare la commercializzazione diretta. Nel suo libro La radice della discordia, Patrizia Mainoni, dimostra l’incidenza dei tentativi di Bergamo per monopolizzare il commercio nel conflitto delle fazioni, nella seconda metà del ’300. La rivolta dei guelfi della Valle Imagna, non era solo politica ma era anche per la sopravvivenza materiale, il conflitto cambierà il volto economico della Valle.

Sono due le famiglie di Locatello ad attirare la nostra attenzione, quando studiamo la lavorazione della lana, il loro cognome colpisce immediatamente, sono i detti Garzaroli de Locatelli e Carminati d’Imania. L’uno e l’altro sono appellativi legati alla lavorazione della lana e dei panni, azioni di pettinare, scardare, garzare, tutti mestieri importanti e indispensabili nel lungo processo di trasformazione della lana. Garzarolo, indubitabilmente, deriva da garzatore (di panni), come Carminati, colui che carminava (pettinava) la lana. Sono pochi i mestieri che, parlando per la valle Imagna, diventano cognomi, rivelando l’importanza di queste arti, almeno per la popolazione medievale della valle. Come i Tintalora de Rota che, abitando in Mazzoleni, sicuramente nel Cinquecento procedevano alla tintura dei panni e i detti Pillipari de Mazzoleni che, per secoli (già dal ‘300), lavoravano le pellicce e conciavano[25] le pelli, sono solo qualche esempio degli antichi mestieri praticati in valle.

Per comprendere l’importanza del lanificio, abbiamo rilevato gli addetti alla lavorazione-trasformazione della lana negli Estimi del 1476:

Valsecca:        16 battilana, 11 sarti, 7 lavorant de lana

Cepino:           2 pettinatori, 1 tessitore, 1 sarto

Mazzoleni:      3 sarti, 5 lavorano la lana, 1 follatore, 1 tessitore

Locatello:        5 scartatori lana, 2 ferulatori de lana, 5 tessitori, 3 follatori (e apparatori), 5 lavorant de lana, 7 pexor (pettinatori) lana

Antichi mestieri legati alla lana:

Battilana (lat. Batilanus) : Batilà, colui che batte la lana o: Ergadùr, Irgadùr, Virgadùr, Verghez.

Carminator lanae, carminare lanam, carminarius – carminare: azione di cardare, pettinare la lana.

Cardatore (lat. Carzator), cardeggiare, cavar fuori il pelo a’ panni (A). Cardù: cardo, pianta spinosa, con la quale si carda il panno (T).

Cimatore (lat. Cimator), colui che rasa i panni.

Garzatore: Garzadùr: addetto alla spazzolatura dei panni, che dà il garzo ai pannilani. Garzà, garzare, dare il garzo, cavar fuori co’garzi il pelo al pannolano e dargli la direzione, affinché il tessuto rimanga ben coperto – Rigarzare, dare più tratti di garzo, alternati con altrettante cimature.

Follatore, gualcatore: addetto alla gualcatura dei panni con il follo, spesso si dice che “appareggia” i panni[26].

Lavorant de lana: lanaiolo, addetto alla lavorazione della lana.

Petenatore, petenarius, pextor: pettinatore di lane.

Scartezator (Scartesì, scartezini) addetto alla cardatura della lana.

Textor, texenderius: tessitore.

Tirator: addetto alla tiratura dei panni.

Tinctor: tintore.

Folli in valle Imagna

 Nel nostro comprensorio non possiamo separare i folli dai mulini e fucine, sono begli esempi di meccanizzazione che rappresentano le conquiste tecnologiche messe in opera dai nostri antenati. La ruota idraulica rese un po’ più facile la loro vita, sostituendo la loro energia muscolare (o quella degli animali domestici) necessaria alla trasformazione dei cereali in farina o permettendo di modificare le proprietà della lana per renderla più commerciabile.

L’attrattiva suscitata da questi opifici ha sempre risvegliato la curiosità dei ricercatori, anche io sono caduto sotto il loro fascino e già una precedente ricerca mi ha condotto nel fondo valle, tra Locatello e Valsecca, alla ricerca degli antichi siti medievali, meravigliato dall’ingegnosità sviluppata dai valdimagnini per il tracciato delle gore ed il modo di canalizzare le acque. Qualche seriola è ancora oggi visibile nella valle, esempio di una notevole maestria tecnologica, infatti, non abbiamo testimonianza di edifici con ruote mosse direttamente dalla corrente dell’Imagna o dai suoi affluenti.

La valle è modellata dalle acque del suo fiume, la ghiaia dell’Imagna modifica il suo percorso, ma succedono cambiamenti anche sotto l’azione erosiva delle alluvioni. Un torrente come l’Imagna ha un regime molto irregolare, non sarebbe stato possibile, in un periodo di siccità, mantenere un afflusso d’acqua sufficiente, dunque, l’acqua del torrente veniva deviata in un canale (seriola), parallelo al corso del fiume e permetteva anche di isolare l’edificio dalle piene devastatrici del torrente e di fornire un approvvigionamento regolare, malgrado le variazioni stagionali, del livello dell’acqua. Quando si osserva la seriola del Chignolo di Rota Dentro o quelle lungo l’Imagna in Locatello, ci rendiamo conto delle reali capacità ingegneristiche necessarie per la realizzazione di queste opere. Solitamente sono semplici fossati a cielo aperto, è vero, ma calcolare la pendenza del canale, determinare come e dove far passare le acque secondo la morfologia del terreno, richiedeva specifiche conoscenze tecniche.

Esistevano sistemi di sbarramento per arginare il flusso del torrente, al fine di migliorare l’alimentazione delle seriole, come si possono ancora vedere sulla cascata di Capiretti: grosse staffe di ferro dove si fissavano travi di legno, poste di traverso alla corrente del fiume, creavano una vasca di raccolta ed assicuravano un’efficiente derivazione delle acque.

Assicurare un apporto idrico costante era fondamentale, dunque la scelta del luogo dell’impianto idraulico era importantissimo, possiamo soltanto immaginare le controversie scaturite tra i proprietari, sull’uso degli sbarramenti e sull’utilizzo delle acque comuni provenienti dalla stessa seriola condivisa da più mugnai e follatori.

Opifici completamente abbandonati tra gli anni 1960 e 1980. I cambiamenti idro-climatici (diminuzione della forza motrice), le nuove tecnologie, la produttività industriale, hanno distrutto un’arte, un artigianato, un secolare modo di vivere.

La nostra precedente ricerca ha evidenziato un ricco patrimonio idraulico, abbiamo individuato, da Brumano a Clanezzo, la presenza di circa 70 impianti diversi, lungo tutto il torrente Imagna, realizzati tra il XV° ed il XIX° secolo.

Alla ricerca degli opifici qualificati come folli, iniziando dalle località situate più a monte dell’Imagna, incontriamo la contrada Chignolo di Rota Dentro, citata nell’estimo del 1506, dove ci sono due famiglie, la prima dei Locarini, detti Gioni, costituita da cinque fratelli: Martino, Augustino, Vanoni, Bernardo e Beltrame, proprietari di una casa con mulino ed un follo. Poi l’altra famiglia è dei Quarenghi, si tratta di Beltrame, detto Panceta, anch’egli possiede in Chignolo casa con mulino e follo. Un terzo proprietario di Rota Dentro è citato nello stesso documento, ma in località Casabelli: Davide, figlio di Pietro Gioni de Rota, anche lui sfrutta un follo con mulino, senza una precisa localizzazione dell’edificio.

In Locatello, nel 1476, figura sull’estimo Stefano Locatelli de Cornalita, descritto come fullatore e asparator[27] di panni lana, proprietario di un mulino con pesta, due mole e due folli.

Simone Carminati d’Imania fu proprietario di un follo nell’anno 1542. Nel 1520 Defende Garzaroli de Locatelli è descritto come possessore di un follo in Codeghelli, poi, nel 1537, lega per testamento suo figlio Battistino il detto follo.

Sul comune di Valsecca nel luogo detto Mus, cioè sulla sponda destra del torrente Pettola, il posto è noto per le sue fucine ma uno di questi edifici è chiamato follo. Il prete Letanzio Moscheni (°1741) ed i fratelli Giovanni Antonio e Giuseppe, nell’anno 1807, sono descritti come proprietari di un follo e di una fucina nel detto luogo, probabilmente parliamo su Valsecca dello stesso edificio.

Nel 1506 su Cepino sono segnalati due folli con un mulino ed una tintoria, al nome di Bernardo f.q. Bonetto Rete de Roncalli, in contrada Caretti.

Limitandosi alla alta valle Imagna, il nostro inventario censisce, su Rota Dentro: 3, Locatello: 3, Valsecca: 1, Cepino: 1, abbiamo quindi 8 impianti diversi, non vogliamo azzardarci oltre, le informazioni finora riunite potrebbero portare a confusione e contabilizzare due volte lo stesso edificio. Dobbiamo tenere in conto che le carte medioevali non sempre sono precise, si parla di mulini in senso generico, ma nello stesso edificio si svolgevano processi di lavorazione diverse, sia di follatura che di macinazione e di questo ne abbiamo diversi esempi.

Nello stesso luogo per secoli potevano avvicendarsi mulino, maglio, follo, segheria, secondo le tendenze dell’epoca. I nostri antenati anche se molto conservatori nei loro usi e costumi erano capaci di adattarsi ai mercati, immaginiamo anche periodi di abbandono d’un impianto magari a causa di frane o alluvioni, potevano quindi decidere di demolire un edificio per poi ricostruirlo destinandolo ad un altro uso.

La pecora bergamasca

Le domesticazioni degli ovini avvennero prima per scopo alimentare, poi per l’utilizzo delle pelli. La lavorazione della lana, nata in Asia, si diffuse in Europa e dopo una selezione millenaria si ottenne una finezza ed un colore del mantello che poteva tendere al variamente pigmentato. La razza bergamasca è una delle più primitive dell’arco alpino, deriva della mescolanza dei numerosi greggi transumanti che in passato erano rimasti isolati nelle valli o negli allevamenti monastici, databile tra il XII ed il XIV secolo. Caratterizzata dalla sua grande taglia, arti lunghi, profilo montonino, lunghe orecchie, destinata prevalentemente per la produzione di carne, se la sua quantità di lana è elevata non è considerata di qualità.

Produzione media: annualmente 4kg di lana (2,4 per la tosa di primavera e 1,6 in autunno), lunghezza dei filamenti: 8,96 cm, un grado di feltrabilità molto alto.

Fino all’inizio del Quattrocento la lana locale fu la materia prima utilizzata, poi, con l’ingresso di lane “straniere” (pugliese, spagnola, tedesca…), cambierà la qualità e la diversità dei panni bergamaschi. La lana nostrana continuò ad essere utilizzata solo per i panni detti “bassi” o per la trama.

Lavorazione della lana

  1. Tosa (tusa), nel passato richiedeva la collaborazione dei vari pastori dell’epoca, per secoli era utilizzato un unico attrezzo il fòrbes (usato anche per i capelli!). A settembre il gregge scendeva dall’alpeggio e fino ad ottobre rimaneva nei prati e nei campi di fondovalle, questa sosta era il periodo della tosatura autunnale, poi, agli inizi di novembre, partivano per la pianura.
  2. Cernita, importante per determinare la qualità, variabile secondo le parti del corpo dell’animale, più fine e lunga tosata vicino al collo, più grossolana quella della pancia e delle ginocchia. Si divide anche secondo il colore.
  3. Lavatura, per togliere il grasso, con l’aggiunta, a volte, di urine o cenere. Con molta attenzione si doveva controllare la temperatura dell’acqua, agitando la lana con bastoni. Una volta pulita e risciacquata la lana veniva essiccata al calore del sole.
  4. Battitura (battilana), per ritirare le parti più rozze la lana veniva vergada dai verghezini .
  5. Spruzzatura, con olio di oliva o di lino per aumentarne l’elasticità e la resistenza. Onz la lana, daga l’ule: Inoliare la lana, ungerla con olio (Angelini).
  6. Cardatura, per la trama, per dare volume alla lana se le fibre sono corte.

Fase 6 o 7, secondo la qualità e la finalità del filo (ordito o trama).

  1. Pettinatura, per lana a fibra lunga, stame, per l’ordito (ördìt), lana più pregiata (stesso effetto della cardatura), permette di eliminare altre impurità ed allineare le fibre.

Da queste precedenti operazioni risultano i faldelli[28] (quantità di lana di circa gr. 400), distribuiti alle filatrici.

  1. Filatura, l’uso millenario della rocca e del fuso rappresenta uno dei progressi fondamentali nell’evoluzione umana, paragonabile all’invenzione della ruota. Da una massa filacciosa del pelo di un animale si ottiene un filo di lunghezza continua, con torsione verso sinistra per la trama e verso destra per l’ordito. Affidata essenzialmente alle donne, anche se il loro lavoro principale riguardava la terra e la cura del bestiame, ricordiamo che, per lunghi mesi, tantissimi uomini erano fuori valle. Si filava solo dopo aver provveduto ai compiti da contadini che, spesso, generava ritardi nella consegna dei prodotti filati.
  2. Tessitura, cioè l’incrociamento dell’ordito con la trama sul telaio (ol telèr a ma). L’antico telaio contadino è sopravvissuto per secoli nelle cascine dei paesini di montagna, anche modernizzato è rimasto lo stesso nella sua struttura, come il tornio a pedale, rappresenta il tipico attrezzo di un’attività familiare. Vediamo anche un padre[29] legare alle sue tre figlie nubili, la casa vecchia posta in Canito, di tre stanze una sopra l’altra, con lì tellari per fabricare tela et sui argagni… siamo nel 1692, il telaio è un attrezzo indispensabile nella vita quotidiana.

Il mercante affidava al tessitore una quantità precisa di filo di lana con l’indicazione del tipo di panno commesso, alla consegna del panno tessuto, il prodotto veniva pesato ed il risultato doveva corrispondere precisamente al peso del filato consegnato.

  1. Pulitura, si tolgono le particelle estranee, si eliminano le pagliuzze, i nodi e i falli.
  2. Prima garzatura, per sollevare le fibre del tessuto.
  3. Purgatura, il panno viene sgrassato con cenere e calce.
  4. Impregnatura con sapone, argilla, urina, lisciva.
  5. Follatura – la fase più importante del processo di rifinitura. La lana è l’unica fibra sottomessa a questa lavorazione perché le altre materie, lino, seta e cotone, non hanno la stessa composizione chimica.
  6. Lavatura per togliere le materie impregnate.
  7. Asciugatura del panno su telai (ciodéra), per stirarlo e stabilizzarne le dimensioni, viene asciugato sotto tensione.
  8. Seconda garzatura per sollevare le fibre e dare una rifinitura più morbida, viene effettuata fino a cinque volte. Le fibre sollevate avevano un’altezza diversa che si correggeva con la cimatura.
  9. Cimatura, per omogeneizzare la superficie, i cimatori con le forbici tosavano parte delle fibre sollevate dai garzatori. Queste due ultime operazioni potevano alternarsi e dovevano essere svolte con molta attenzione perché donavano bellezza al panno. Se non c’era bisogno di tintura, il prodotto era finito e commercializzabile.
  10. Tintura, altra fase molto delicata della rifinitura che poteva guastare tutto il lavoro precedentemente realizzato. Il prodotto veniva immerso nelle caldaie di rame con cocciniglia, guado[30], indaco, curcuma, oricello, il colore veniva poi fissato con nuovi bagni in acqua con vari sali sciolti e lasciato bollire per 3-4 ore.

Follatura

Nella civiltà greco-romana il tessuto di lana divenne per la prima volta tanto diffuso grazie all’adozione del processo della follatura. Accanto alle civiltà del lino in Egitto, del cotone in India, della seta in Cina, la follatura permise in Europa la nascita della civiltà della lana[31].

È difficile ripercorre, in modo affidabile, le varie operazioni svolte successivamente dal follatore, possiamo soltanto immaginare le differenze da una valle all’altra, secondo il volume dell’attività, secondo l’impianto, secondo il genere di tessuto lavorato, i prodotti e le sostanze aggiunte, le variabili erano davvero numerose, e poi ogni artigiano aveva la sua tecnica, sicuramente tramandata di generazione in generazione.

Da tempi remoti questa lavorazione veniva praticata in modo semplice, il follatore pestava con i piedi il panno immerso in varie sostanze, un lavoro ripetitivo, monotono e faticoso, sicuramente, non si parlava di quali conseguenze potessero avere questi bagni, prolungati e a contatto con prodotti non del tutto innocui, sulla salute dei lavoratori. Lavatura, follatura, risciacqui, operazioni che potevano durare diversi giorni, il follatore, come una bestia da soma, aveva braccia e gambe sempre in movimento. Giunse poi l’uso dei pestelli di legno manovrati manualmente.

Nell’anno 1000[32] circa, nel nord Italia, si parla di gualchiere mosse dalla forza idraulica ma, che sia stata meccanica o manuale, i due metodi di follare coesisterono a lungo. Per secoli, anche dopo l’invenzione del follo meccanico, in Inghilterra e nelle Fiandre, la follatura con i piedi venne considerata segno di qualità, non era tenuto in conto il risparmio di tempo e di fatica.

L’operazione consisteva nel battere e premere il tessuto di lana, in certe condizioni di calore e di umidità, con l’aggiunta di vari prodotti (argilla, sapone…), per rendere le fibre aggrovigliate e aderenti le une alle altre. Il tessuto diventava più compatto e prendeva l’aspetto di feltro.

Il tessuto veniva piegato, battuto, spiegato e ripiegato tantissime volte per migliorare la penetrazione delle sostanze diluite, e così via per lunghe giornate di lavoro. Le proprietà feltranti della lana sono variabili, a seconda della qualità della materia e dell’intreccio della trama con l’ordito, la stoffa cambia completamente d’aspetto, la qualità del tessuto è molto superiore.

Il follone era costituito da due martelli in legno, mossi da un meccanismo, che si muovevano alternativamente. Nella cassa del follone veniva messo a bagno il panno da infeltrire con sapone bianco o nero disciolto, secondo i follatori, i martelli battono il tessuto per il tempo necessario all’infeltrimento. Il tempo del lavoro è molto variabile a seconda del risultato ricercato, da mezz’ora a otto ore. Quel processo modificava la lunghezza e lo spessore della tela così lavorata, l’operazione poteva essere ripetuta finché non si otteneva il risultato desiderato, ma se troppo prolungata avrebbe modificato eccessivamente le caratteristiche del tessuto. Il panno poteva perdere fino al 15% in lunghezza e molto di più in larghezza, fino alla metà!

Il panno feltrato veniva poi lavato ed essiccato su stenditoi (ciodére).

Le prime statistiche del 1766[33] censivano 8 telai da tela e 12 telai di panno di lana per tutta la valle Imagna[34], più precisi i numeri per gli anni 1785-1789: 1 telaio a Brumano, 1 a Locatello, 8 a Rota, 1 a S. Omobono, 4 a Bedulita e 5 a Strozza[35]. Nella seconda metà dell’Ottocento, con la famiglia Daina, l’avventura serica porterà al culmine l’epopea tessile, gestivano al Prato Griso il filatoio da seta ad acqua di Ercole Daina, e alla Torre di Rota Fuori la filanda a vapore con galettiere di Riccardo Daina. Alla fine del secolo questi due opifici, saranno a vapore, utilizzati soltanto per trattare la seta ed impiegheranno 114 persone[36], più altre 56[37] per la torcitura ed incannaggio della seta. Un po’ di tempo dopo, lo stabilimento di Brancilione, per la lavorazione della seta, impiegherà 120 operai[38]. Purtroppo quel periodo d’oro non durerà, gli incannatoi di Corna e S. Omobono chiuderanno entro l’anno 1913[39].

Attività della famiglia Frosio

Il Reverendo Abbate Alessandro Frosio, figlio del fu Alessandro[40], per tentare di evitare una lite con i suoi nipoti, eredi del fu Lanfranco, suo fratello, fa transazione e accordo con loro per concludere le contese già avvenute con il fratello defunto.

Viene fatto un inventario completo del patrimonio sia fondiario che imprenditoriale della famiglia, siamo al 12 novembre 1691[41], sotto il portico delle case dei fratelli Brignoli posto al Convento delle Grazie nella vicinia di Sant’Alessandro in Colonna. Le controversie Frosio sono lunghe e fastidiose, non vogliamo entrare troppo nei particolari, però, in questo lunghissimo documento (59 pagine), vengono dettagliate le mercanzie ed i bestiami in valle Imagna, vi sono 3 muli ed un cavallo, due vacche e un manzetto, capre e pecore in soccida, 100 sacchi di legna e 50 di carbone, pesi 2 di olio d’oliva, brente 42[42] di vino, some 4 di miglio e melgone, ma soprattutto, vi è la merce uscita dalla loro tintoria di Cafrosio. È descritta un’incredibile varietà di prodotti tessili, di matasse di stame e filati. Poi vengono elencate le 647 persone indebitate verso la famiglia Frosio.

Estratto dell’inventario:

  • 17 stame mat.no da filare L. 409:10
  • 12 stame mat.no filato da panno L. 48
  • 13 stame mat.no filato da sarze[43] L. 621:10
  • 229 stame misto dà filato ven.o d’ogni colore L. 801:10
  • 229 stame misto filato ven.o diversi colori             L. 1145
  • 34 stame beretino dà panno dà filare L. 85
  • 95 stame bianco v.no dà filare dà panno L. 237:10
  • 185 stame B.o Veni.no filato dà panno L. 647:10
  • robba in bottega in più canezzi … al prezzo pagata

in fiera di Bergamo, con dazio e condotta                           L. 1202:14

  • otto libre nove tersoli bianchi mat.ni filati 187
  • pesi quattro libre tre tersoli bianchi ven.ni filati 73
  • pesi tre libre tre tersoli filati mischi 69
  • pesi venti sette tersoli dà filare mischi 405
  • pesi tre d.i mat.ni dà filare 45
  • pesi quattro libre cinque d.i veni.ni bianchi dà filare 54
  • pesi undici libre tre lana b.a mat.na 385
  • pesi quaranta sei la. ven.na lavata 828
  • pesi quattro libre otto la. ven.na tinta 90
  • pesi tre libre setta la. spag.a 155:8
  • pesi cinquanta sei la. ven.na in sacchi sette fatta venire da Ven.a                                                            L. 741
  • pesi trenta vitriolo[44] in cape tre 120
  • pezze cinque mezzetti mischi sgrezzi da follare 500
  • pezze tre detti bianchi ven.ni bassi sgrezzi da follare 300 

Totale in V. Imagna   L. 9148

Vengono elencate le merci in Bergamo, i Frosio avevano casa in borgo San Leonardo, contrada del Prato.

  • pesi due lino da spinare 26:5
  • pesi quattro stoppa 20
  • pesi ventisei vitriolo in casse due 104
  • pesi 130. 9 lana succida ven.a in sacchi 14 di Durazzo 1701:14
  • braccia 102 panno alto ord, in canezzi 331:10
  • braccia 21 panno alla fab. di Padova 94:10
  • braccia 188 panno basso ordinario colorato

 in div. canezzi                                                                                  L. 235

  • braccia 143 saette e roversini[45] in canezzi 135:17
  • braccia 30 mezzelanino di Cremona 30
  • braccia 177 sarza mis.a ven.a in canezzi 300:18
  • braccia 64 f.a mis.a grismoro ven.a alta 144
  • braccia 102 cane. ord. dà reggio 51
  • pesi 9 canenette tinte             72
  • braccia 270 tela di c.o in canezzi sgregia 135
  • braccia 45 tela cremasca 36
  • braccia 5 tela gialla p. bandine 3
  • braccia 51 tela di stoppa e lino 40:16
  • peso 1 quadretto costa 13
  • braccia 8 fustano[46] stampato 7:4
  • 3 canezzoli di filo ordito L. 39
  • … 14 scartezze da lana 56  
  • braccia 108 sarza nera 145:16
  • braccia 57 d.ta mat.na nera 102: 12
  • pezzi 12 sarze nere 2700
  • pezzi 12 sarze nere mat.ne 2470
  • pezzi sette duzetti sgrezzi filo e lana             350
  • braccia 178 sarza mista ven.a da purgare e follare 302:12
  • braccia 25 fodriga 37:10
  • pezze 1 sarza mista ven.a alta 240
  • pezze 6 sarze ven.ne bianche             845
  • pezze 30 sarze miste dà follare 4620
  • pezze 13 mezzetti sgrezzi             1300
  • pezze 4 biselo alto dà follare 110
  • 10 valenzane[47] nove L. 120
  • 206 stame mischio da filare ven.o 721
  • 332 stame mat.no dà filare 1328
  • pesi sette . 8 tersoli mischi da filare 117
  • pesi 25.8 tersoli mischi filati 567:12
  • pesi 6.5 tersoli b.i mat.ni filati 136:10
  • pesi 3 tersoli b.i veniziani filati 51
  • 67 stame beretino dà panno filato 251:5
  • 59 stame b.o spag.o filato 472
  • 250 stame b.o ven.o da filare 625
  • 51 stame b.o ven.o filato torto 204
  • 40 stame b.o ven.o filato fatto 160
  • 221 stame mat.no ord. filato 1270:15
  • 68 stame … filato torto 391
  • 53 stame fatto 304:15
  • 339 stame misto ven.o filato torto 1779:15
  • 300 stame misto ven.o filato fatto 1575
  • pesi 74 bindelino[48] stretto p. impont. sarze 51: 16
  • pesi 6 bindelino sempio d’ogni colore 30
  • 298 stame b.o ven.o filato fatto 1192

Totale su Bergamo:              L. 28137

Il patrimonio dei Frosio di Cepino, in quell’anno 1691 è valutato Lire 191783[49], i soli prodotti tessili in magazzino sono stimati Lire 37285.

Passa mezzo secolo, sempre nei conti della famiglia Frosio, troviamo altre notizie interessanti, siamo al 20 dicembre 1750, estratto dal libro contabile del fattore. Scopriamo che i Frosio facevano allevamento dei bachi da seta[50]. La galletta: bozzolo, invoglio della crisalide del baco da seta.

1743 – Ricavati di pezzi dieci gallette … L. 210:5

1744 – Ricavo di gallette … L. 20 (si tratta della quarta parte che tocca ad ognuno)

1745 – Cavati de gallette … L. 29

1746 – Ricavo di gallette … L. 14:02

1747 – Ricavato di gallette … L. 14:10

1748 – Ricavo di gallette … L. 7: 03

Ci sono le spese per le semenze dei bigatti[51], il dazio pagato sui bigatti e gallette.Queste gallette non sono lavorate in valle, ma portate in Bergamo.

Carminati de Imania

Il luogo Imania viene ripetuto per tutto il Cinquecento come centro di vita dei cosiddetti Carminati d’Imania, ma spesso il redattore del rogito si accontenta di nominarli Imania, è cosi ovvio, sono loro i maestri del luogo.

Quasi sempre nei rogiti notarili la professione di questa famiglia viene menzionata dopo la denominazione della persona, cioè: Magister Simon q.dam Thomaxini de Imania fullator (1538), il termine di magister: maestro, qualifica un artigiano competente stimato, il mestiere di mugnaio o di follatore è considerato come quello del chirurgo, gli unici ad essere precisati negli atti notarili. Il fullator era una persona esperta nell’arte della lana, dotato di competenze particolari. Queste peculiarità vengono evidenziate dal fatto che non si trovavano, in valle Imagna, addetti qualificati per questi lavori. I Berizzi di Locatello, follatori e tintori, nel Seicento, devono reclutare gente di Gandino e Vertova[52].

Nel 1598 Simone, f.q. Giovanni Giacomo olim Giacomo de Carminatis de Imania, vende a Pietro q. Augustino Ton de Moscheni di Rota Fuori, suo cognato, diverse pezze di terra nel luogo detto Imania, al di qua ed al di là della riva del fiume, sui territori di Locatello e Rota, due case situate in Locatello, con un portico orientato verso sud, una seriola che alimenta edifici di mulino e follo dirupati. Il prezzo convenuto è di Lire 575.

Imania o Cafelis

Passerà molto tempo prima di potere localizzare precisamente questo sito, la soluzione ci viene suggerita da due rogiti notarili. In uno del 1702[53] concernente la famiglia Berizzi, Francesco, figlio di Marcantonio Berizzi, subisce perdite finanziarie, costretto a vendere a Giuseppe Pesenti un corpo di case con più stanze à terra, et sue superiori, dal fondo sino al cielo, situate nel luogo detto Imania, dette per proprio nome le case di Felice Semenzi (…). Il detto Felice Semenzi è discendente di una nota famiglia di fabbri, stabilitosi a Locatello, dove ha lasciato il suo nome all’omonima contrada: Cafelis, cioè la casa del Felice, un tempo chiamata anche Cadani.

Questi Semenzi (o Sementi) non hanno lasciato tracce in valle, ma la famiglia fu in un primo tempo stabilita in Cepino, al luogo chiamato Piazzalunga[54] o Cà Balossi. Il nonno del detto Felice: Viviano Semenzi, nativo di Strozza, fu un distinto fabbro ferraio, già citato nel 1556 come Magister Viviano figlio del q. Giovanni Semenzi di Cabalossi. La sua fucina era situata in contrada Cabalossi, e fiancheggiava la proprietà di Bernardino Frosio Roncalli. Questi Semenzi spesso sono soprannominati Balossi.

Il secondo atto notarile più antico, è del 1621[55], ci conferma l’altro del 1702 del Berizzi, si tratta della divisione tra i fratelli Felice e Cornelio Semenzi, abitanti in Locatello ma nativi di Cepino. Per Felice c’è una casa con mulino e fucina con il suo maglio da ferro, con la sua seriola con tutti i mobili e gli utensili in contrada di Selino, nel luogo detto Chaceci, vicino al fiume Imagna, con vari appezzamenti di terra. A Cornelio, tocca la stessa cosa, una casa con mulino e fucina ma in Locatello, nel luogo detto Imania. Supponiamo che Cornelio decederà per primo e senza discendenza perché i suoi beni ritorneranno al fratello Felice.

Il detto Felice, figlio di Lorenzo Semenzi, si è traferito in Selino dove decederà nell’anno 1651 circa. Passano 5 anni ed il 19 aprile 1656[56] la sua vedova Caterina, figlia di Bartolomeo Mazzoleni[57], fa contratto con Alessandro, figlio di Bartolomeo Frosio-Roncalli, che abita a Cafrosio di Piazzalunga. La natura ed il contenuto di quel rogito non manca di sorprenderci, la vedova è rimasta senza risorse con tre figlie ed un figlio chiamato Salvatore. Il padre, Felice Semenzi, aveva iniziato il figlio all’arte di fabbro ma, troppo giovane, l’apprendista non fu in grado di lavorare da solo e di gestire la fucina. Il Frosio, in quel rogito, s’impegna a formare il giovane Salvatore nel mestiere di fabbro e di restaurare la fucina[58], in particolare installare un soffione a vento[59], il tutto a proprie spese. In cambio la vedova lascia la proprietà di alcuni beni, in Locatello, così descritti:

Nominatamente de tutti lì infrascritti beni casetta e caliggio e raggione, cioè: una pezza di terra posta nel sacho dimagna detta a Cha del q. Cornelio Balossi del Comune di Locatello della valle Imagna (…) dove si dice il campo del Balosso alla quale a mattina confina i heredi del q. Marcho e Giova. Batta. Moscheni detti Vezoni (…). Un’altra pezzola di terra in detto locho hortiva, prativa (…) con la sariola di una perticha e mezzo incirca dove si dice l’horto ala riva del Balosso sopra la sariola alla quale à mattina et mezodi il d°Martino e il Gaspar Locarini a sera il letto della sariola e a monte il fossato detto la Val Grona. Item del letto della sariola in detto loco dal principio dove si leva dal fiume Imagna sino alla caschata della fucina che era di raggione del q. Felice Semenzi con il caliggio dirupato di essa fucina in detto loco senza tetto ne muraglie come giace dove si dice la sariola, la fucina e il molino di Balossi con tutte le raggione di essa sariola e caliggio (…).

 Garzaroli

Nel 1537[60], il mulino con follo, torchio e pesta apparteneva alla famiglia dei discendenti di Giobbe (o Job), il patrimonio fondiario della famiglia era imponente e per evitare conflitti tra i figli eredi, Defendo, figlio del fu Pietro Zanni Job de Locatellis, uomo di oltre 60 anni, divide i suoi beni, case e terre in Selino contrada Catayoco, in Locatello oltre che Codeghelli, Cativanome e diversi terreni in Rota. Abbiamo ritrovato per quest’opificio un vecchio contratto d’affitto, estratto dagli archivi del notaio Giovanni Giacomo Moscheni-Zanucchini di Rota Fuori.[61]                                                   Locatio cum pactis

Il 2 del mese di agosto 1541, Valle Imagna, contrada di Rota, nel luogo detto Cha Brignolis.

Giacomo e Bellino fratelli, di età superiore agli anni venti, figli di Defendo fu Pietro Garsarolo Locatelli a nome del loro padre Defendo, affittano a Giovanni Antonio del fu Zanni Stefano de Cornalita e a Battistino del fu Martino di Tommasino d’Imania de Carminati fino alla festa di San Martino ventura ed oltre per anni nove, una pezza di terra con casa, orto e coltivata a vite e per la maggior parte regressiva in contrada di Locatello del comune di Valle Imagna, episcopato di Bergamo, nel luogo detto in Codegello con una casa e una loggia di sopra unite tra loro con muri, solai, col tetto a piode, con porte, con un mulino, un follo per follare i panni, un pestello e un forno per il pane, un torchio per fare l’olio e con altri utensili utili e necessari a macinare, follare, torchiare come è necessario a simili edifici.

Confini della terra: a est la valle, a sud il letto del fiume Imagna, a ovest la valle e a nord una proprietà degli eredi di Giacomo della Botta dei Locatelli, la terra misura circa venti pertiche.

Gli affittuari pagheranno ai locatori venti soldi imperiali fino a San Martino e poi, ogni anno, lire 24, cioè 12 a ciascuno dei due fratelli. I locatori si impegnano a rifare e riparare il torchio e il forno per il pane entro il mese di settembre in modo tale che alla fine di settembre i conduttori possano fare l’olio e lavorare con il torchio; si impegnano inoltre, a proprie spese, alla manutenzione delle parti in legno e di quelle in ferro del follo, del mulino, del torchio e del forno per il pane per tutto il tempo del contratto.

Si impegnano inoltre alla manutenzione del ponticello sopra la seriola che scorre a fianco dei detti edifici e e tenere sgombra la roggia sotto detto ponte. Si impegnano inoltre a dare ai conduttori tutti i panni di lana da loro prodotti perché, dietro pagamento, siano preparati, follati e rifiniti.

Si conviene che Defendo possa macinare, durante il periodo del contratto, tutte le biade necessarie a lui e alla sua famiglia e del suo bugato (specie di panno) senza pagare alcun prezzo ai conduttori.

Nel dicembre dell’anno 1542 il contratto verrà revocato.

Un altro contratto, anche questo interessante, dove Giovannino, detto Cremagnolo, manda suo figlio Giacomo a fare il garzone con suo cugino Vittorio (di Vanoni). Siamo nel 1553[62], l’accordo prevede che Vittorio porti con sé Giacomo in Schiavonia per 5 anni, l’apprendista imparerà l’exercitio merchantile nei negozi di Vittorio (negozi al plurale). Giacomo sarà nutrito e vestito decentemente a spese di Vittorio, il quale dovrà condurre il ragazzo in Schiavonia e riportarlo in valle Imagna, almeno una volta a metà del tempo. Nel caso in cui Giacomo non volesse tornare a casa, il detto Vittorio dovrà dare a Giovannino e Giacomo il denaro che spenderebbero per quel viaggio. Lo stipendio previsto al termine dei cinque anni è di Scudi 16 d’oro.

 

La famiglia possedeva beni in Chignolo d’Isola (1543) e nel 1561 Vittorio, figlio di Vanoni, è detto abitante di Chignolo. Per molti anni vediamo la famiglia litigare per la divisione dei beni, in Chignolo ma anche su Locatello in Coegia e Cativanome, soprattutto dopo il decesso di Gio.Maria, detto Borella, avvenuto nel 1563. Il 13 gennaio di quell’anno viene fatto l’inventario dei beni del fu Gio.Maria nella casa in Coegia.

Segnaliamo un estratto per avere un’idea di ciò che si trova in una casa di persone che lavorano la lana. Ci sono:

Nel fienile: 14 pecore, due capre e una capretta, fieno mazengo grasso[63]: pesi 80 (6,5 quintali).

Nel fondo della casa grande: lana filata in più mazzetti, pesa in tutto lire ventitré (18,6 kili), una mazzetta di stame filata e lire due e mezzo stamo filato vegio, lana negra lavata da lire diciotto, lana bretina cioè grosetti lire dieci, lana bianca lavata pesa lire dodici.

Uno cavagniolo pieno di stame e lana guasti.

Una pite di legno con il zucho per ordir panni.

(…)

Pelle n. quattro di pecora e agnello crude guaste

Lire due petenuzi de lana negra vegi. (…)

                                                Contratto per insegnare l’arte di pettinare la lana[64]

n.78

Il 8 gennaio 1557 in S. Homobone de Valdimagnia

Si dichiara per la presente ugualmente Bonetto figlio di Antonio Nanino di Mazzoleni per una parte e Antonio f.q. Francesco de Bonetto di Arrigoni per l’altra parte. Sono venuti a questi patti e accordo tra loro al modo sottoscritto.

Il predetto Antonio promette e si obbliga a stare con il detto Bonetto per un anno prossimo a venire e a servirlo lealmente nella sua faccende nell’arte di pettinare la lana. E detto Bonetto promette di tenere detto Antonio per il detto tempo e farli la spese del mangiare e bevere (…) e di insegnare a detto Antonio a suo potere e sapere in detto tempo l’arte sua di pettinare lana. E che detto Antonio debba vestire e sue spese in detto tempo (…). Che detto Antonio debba dare e pagare a detto Bonetto Lire 10 e soldi 10 per il suo merito e fatica ad insegarli detto arte de pettinare lana in detto tempo (…).

Bibliografia essenziale sul tema del lanificio

I piedi di legno – Paolo Malanima – 1988, Franco Angeli Libri

Aspetti e problemi di un’impresa mercantile laniera del bergamasco nel Sei e Settecento – Tesi di laurea di Alessandro Danesi – 1970/71.

Filatura e tessitura d’altri tempi a Vertova – Franco Irranca – 1979, Bib. Civica di Vertova

Filatura e tessitura d’altri tempi – Luigi Furia – Ardesio

I pannilana a Vertova e in Valgandino – Franco Irranca – 2012, Ass. Pro Vertova Onlus

La lavorazione dei panni lana e la siderurgia nel Medioevo e in età moderna – Gianpiero Tiraboschi – 2003, Comune di Albino

La pecora Bergamasca – Michele Corti e Giuseppe Foppa – 1999, Prov. di Bergamo

Gli Umiliati a Bergamo nei secoli XIII e XIV – Maria Teresa Brolis – 1991, Univ. Cat. del Sacro Cuore, Milano

—o—

Ringrazio Anna Rita Meschini e Zaccheo Moscheni per il loro aiuto!

—o—

[1] Charles Peguy, estratti della sua poesia: Sono nella stanza accanto.

[2] Marzio Mazzoleni, 1944-2019.

[3] Probabilmente le famiglie benestanti della valle utilizzavano anche spalliere, tappeti e panni da muro.

[4] 7376 pecore nel 1622 per tutto il vicariato di Almenno.

[5] Possiamo leggere Fuipiano, ma si tratta probabilmente di Locatello, fino al Cinquecento le due contrade ne formavano una sola.

[6] Storia Economica e Sociale di Bergamo – I primi millenni, il Comune e la Signoria, 1999 – p.257 e seguenti.

[7]François Menant: “Aspect de l’économie et de la société dans les vallées lombardes aux derniers siécles du moyen age.”

[8]Prof. Patrizia Mainoni: Per un’indagine circa i panni di Bergamo nel 200, in EAD, Economia e politica nella Lombardia medievale, da Bergamo a Milano fra 13 e 15 secolo.

[9]Liber datil mercantie communis Mediolani Registro del secolo XV – A cura di Antonio Noto – Università Bocconi – Milano, 1950.

[10] “Si può quindi formulare l’ipotesi di un drastico ridimensionamento di importanza rispetto alla situazione osservata per la prima metà del Trecento, quando i drapi valdimagnini erano sinonimo di panno bergamasco …” Patrizia Mainoni: Politiche fiscali, produzioni rurali e controllo del territorio nella signoria viscontea (secoli XIV-XV), in: Studi di storia medioevale e di diplomatica.

[11] La prima conseguenza fu un’emigrazione massiccia, tantissime famiglie abbandonano l’alta valle Imagna, fu anche il momento (1361) di una forte pandemia di peste.

[12] BCM – Archivi Comunali – Antico Regime – Estimi, 117 class. 1.2.16 – 116.

[13] Archivio della Curia Arcivescovile di Milano – Arch. Spirituale, sezione X – Visite Pastorale e doc. aggiunti – Pieve di Lecco, volume XV. n.27.

[14] Postér: rivendugliolo, barullo. Colui che compra cose da mangiare in grosso per rivenderle al minuto – Vocabolario Tiraboschi.

[15] Gli Estimi del 1476 danno una veduta sul bestiame della valle, quelli di Valsecca e Berbenno sono sufficientemente chiari per paragonarli:

vacche e manze          pecore e capre            muli e asini              cavalli

Valsecca                               143                             406                            13

Berbenno                             166                              240                            29                         6

[16] ASB – Archivio notarile – notaio Francesco Schiantarelli-Quarenghi, f. 4411, il 14 aprile 1609.

[17] Lo stametto (o stame) è un filato con cui si lavora l’ordito, può essere un misto di lana e canapa.

[18] Misure del panno bergamasco: di peso tra 52 e 60 libbre, cioè da 41 a 48 kg – lunghezza massima 16 parietes, una parete = 6 braccia = 96 (= m 65) – un braccio o cubito = m 0,68.

Una pezza di panno: 4 soldata > 1 soldata = 12 braccia > 48 soldata x 0,68 = m. 32,6, per un panno di circa 45kg serve la tosa di 40 pecore.

[19] Paolo Manzoni – Lemine, p.112.

[20] Gli Umiliati a Bergamo nei secoli XIII e XIV.

[21] Viene più volte citato frate Giovanni da valle Imagna, tra i discepoli con qualche responsabilità in Bergamo.

[22]BCM, I Bergamaschi in Genova e sua riviera nel secolo XIII – Angelo Mazzi, 1909.

[23] Si svolgeva alla fine del mese agosto e durava 9 giorni, i mercanti godevano di esenzioni fiscali.

[24] Negli anni 1421-1458, dunque sotto il dominio veneto, il Consiglio di Bergamo tenta di nuovo di proibire folli e tintorie fuori dalle vicinie della città, ma la richiesta viene negata da Venezia.

[25] Dopo il lanificio, la lavorazione delle pelli veniva in secondo per il numero di addetti, i bisogni sono enormi per l’abbigliamento, o per i calzolai. Dobbiamo anche pensare che la macinazione dei pigmenti per tingere o la riduzione in polvere della corteccia di quercia per estrarre il tannino, indispensabile al trattamento delle pelli, necessitava dell’utilizzo della mola e dei pestelli del mulino.

[26] Le stoffe sono dette “appareggiate” = rifinite.

[27] “appareggiatore”

[28] Faldèla: due libbre di lana (Voc. Tiraboschi)

[29] Carlo f.q. Giuseppe Gnecchi di Corna.

[30] Il guado, da cui si estraeva il colore indaco, vegetale coltivato nella pianura al sud di Bergamo.

[31] Paolo Malanima – I piedi di legno.

[32] Per la bergamasca, la prima citazione di un impianto meccanico di follatura, risale al 1023 a Mariano al Brembo – Tesi di laurea di C. Sala – Acque e mulini tra Serio e Brembo dall’alto medioevo al 1248 – Università degli Studi di Milano 1997-98.

[33] Dati estratti da Anagrafe Veneta 1766-1770 da Pietro Gritti in: L’uso delle acque: magli, molini e industrie dai paesi di testata a Ponte S. Pietro – “Il fiume Brembo” di Lelio Pagani – Prov. di Bergamo, 1994.

[34] Industria tessile casalinga, numeri alla fine dell’Ottocento, in: Statistica Industriale – Lombardia – Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio – 1900.

Telai per lino o canapa Telai per materie miste Giorni di lavoro all’anno
Bedulita 4 120
Berbenno 4 60
Brumano 3 270
Capizzone 6 90
Corna 6 6 30
Costa 2 90
Fuipiano 3 240
Locatello 3 30
Mazzoleni 3 60
Roncola 4 90
Rota Fuori 4 180
Strozza 4 90
Valsecca 5 180

 

[35] “Anagrafi venete” in Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Il decollo industriale – 1997, Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo. Pagina n.21.

[36] Uomini 2 e donne 112 per una media di 150 giorni di lavoro all’anno.

[37] 101 a Strozza.

[38] Statistica Industriale – Lombardia – Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio – 1900.

[39] Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Il decollo industriale – 1997, Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo. Pagina n.28.

[40] Alla sua morte il patrimonio familiare è stimato tra i 9495 e 10800 Scudi, da tre persone di fiducia, terre, case, mulino in valle per ettari 31,4.

[41] ASB – Archivio notarile – notaio Marsilio Rete-Roncalli, filza n. 7803.

[42] Litri 2969.

[43] La sarza fu un panno di lana ordinario, usato dai contadini.

[44] Pietra minerale per fare tintura cilestra.

[45] Roversino: panno di lana con pelo lungo sul rovescio

[46] Fustagno: tela bambagina poteva essere una mischia di lana, lino, canapa e cotone

[47] Coperte di lana per il letto.

[48] Nastro.

[49] Questo patrimonio comprende tantissimi crediti da riscuotere. In valle Imagna sono 223 le persone considerate come crediti buoni e mezzani per Lire 5969, altre 100 persone dette fallite o di poca speranza per Lire 5308. Su Bergamo 202 crediti “buoni” di Lire 36072 e quelli “falliti” sono 122 di Lire 13041.

[50] All’inizio dell’Ottocento, la famiglia Frosio di Cepino: al nome del prete Alessandro, prete Francesco e Antonio figli di Carlo, sono proprietari di un edificio ad uso di filanda da seta, in Cafrosio, mappale n.233.

[51] Bigat, baco da seta.

[52] Marcantonio Berizzi di Locatello, nel 1694, fa contratto con Francesco, figlio del quondam Flaviano Spampatti di Gandino. Quest’ultimo viene impiegato come foladore autorizzato a follare. Quando l’impianto rimane libero dal lavoro di Marcantonio, l’impiegato viene pagato Lire 30 al mese per un anno, Marcantonio deve assicurare il vitto ed il vestiario di Francesco che dovrà anche nei giorni di fiera andare dove occorrerà al detto Berizzi. Nel maggio 1693 Francesco Spampatti è già residente in Locatello, appare come testimone, descritto come folatore da pani de lane, certamente già impiegato dal Berizzi. La famiglia Stampatti di Gandino, alla fine del Settecento, faceva parte dei grossi produttori di pannilani.

Si vede che il contratto non fu rinnovato, l’anno seguente Marcantonio Berizzi firma una convenzione con Giovanni Battista, figlio di Bernardo Zanella di Vertova (lì troviamo quello che dovrebbe essere il capostipite dei Zanella della valle, maestri falegnami e fabbri in Capignolo). Le condizioni cambiano del tutto, il nuovo follatore viene pagato a cottimo, Il Zanella dovrà follare ben fedelmente con lì patti, modi e forme infrascritti: sia tenuto di follare e tingere e fare ogni cosa che occorrerà, Marcantonio si obbliga a pagare al follatore per cadauna pezza di panno Lire 2:10 e cadauno centenaro di meselano L. 3: e per cadauna volta che tingerà L. 1: con obbligo, al detto follatore, per ogni pezzo o per ogni tintura di fare due cariche di legna nei boschi del detto Berizzi – ASB – not. Antonio Gervasoni di Locatello, filza 6044. Atti del 1 maggio 1694 e del 4 dicembre 1695.

 

[53] ASB – archivio notarile – not. Antonio Gervasoni di Locatello, filza n.6045, il 21 ottobre 1702.

[54] Piazzalunga corrisponde alla striscia di terra pianeggiante lungo l’Imagna tra Caretti e Cà Balossi.

[55] ASB – archivio notarile – not. Benedetto Moscheni-Zanucchino, filza n.3215, n.191 del 1 novembre 1621.

[56] ASB – archivio notarile – not. G. Antonio Farina-Manzoni, filza n.4129.

[57] Detto Michiletti, de Locatello.

[58] Il rogito non abbastanza esplicito per localizzare la detta fucina, ma supponiamo che si tratta di Selino.

[59] Mantice di fucina.

[60] ASB – archivio notarile – notaio G.Giac. Moscheni Z. filza n.1737, n.82, il 29 gennaio 1537.

[61] ASB – archivio notarile – filza n.1738, rogito n.153.

[62] ASB – Archivio notarile – notaio G. Giacomo Moscheni Z. filza n.1719, n.36 il 29 settembre 1553.

[63] Fè mazench – fieno segato di maggio (Voc. Angelini).

[64] ASB – Archivio notarile – notaio G. Giacomo Moscheni Z. filza n.1720.

CEPINO e MAZZOLENI

CEPINO e MAZZOLENI
Genealogie, radici delle famiglie, le loro contrade
(secoli XV a XIX)

Ripercorrere la storia delle famiglie della valle non è un fenomeno di oggi; da tempi immemorabili, e per ragioni diverse, numerosi studiosi si sono cimentati sul tema. Sono almeno tre nel Settecento i valdimagnini che hanno dedicato grandi sforzi alla ricerca delle nostre radici e a raccogliere importanti fonti di studio. Cominciamo dall’abate Giambattista Angelini, nativo di Strozza. Diversi suoi manoscritti e zibaldoni sono conservati nella biblioteca Mai di Bergamo. Vi é poi un altro abate, Angelo Personeni con il suo studio sui Passeri-Personeni. Ricordiamo anche Francesco Maria Quarenghi che ha riunito una bella raccolta di fonti sulla storia dei Quarenghi e di altre famiglie, sempre della valle. Più recentemente il cavaliere Carlo Locatelli ha passato una vita a riunire tutta la documentazione immaginabile sul suo casato e su tutti i Locatelli della penisola. Va ricordata anche l’iniziativa di Don Gianni Ravasio che pubblica nel 1979 le sue Tavole Genealogiche delle famiglie di Sant’Omobono.

Se vogliamo capire la storia della valle dobbiamo studiare la storia delle famiglie. Le due  cose sono strettamente legate, in realtà fanno un tutt’uno.

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Valsecca – famiglie e contrade

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Valsecca – famiglie e contrade

Secoli XV a XVIII

 

 

 

ASB = Archivio di Stato di Bergamo / BCM = Biblioteca civica A. Mai di Bergamo

Ringrazio Zaccheo Moscheni e Marzio Mazzoleni per il loro indispensabile aiuto.

R.L. Invernizzi

 

 

Il nostro approccio alla ricerca sulle famiglie e contrade di Valsecca, inizia con l’analisi dei possedimenti del monastero d’Astino in valle Imagna. I monaci benedettini vallombrosani arrivano a Bergamo nella seconda metà del XI secolo e rapidamente il loro monastero del San Sepolcro conosce un fiorente sviluppo economico, sostenuto da ricchi donatori privati interessati ad “investire” nell’aldilà! Cioè facevano donazione dei loro beni, conservando l’usufrutto durante la loro esistenza, con la speranza di una vita eterna dopo il passaggio nell’oltretomba. In due secoli i monaci vallombrosani d’Astino si ritrovano con un patrimonio di circa 44.000 pertiche, ossia più di 2.900 ettari.

Per quanto riguarda la valle Imagna, le terre passate nel dominio dei monaci non sono da trascurare, sono segnati beni in Bedulita, Berbenno, Valsecca e Rota. La più antica pergamena[1] che tratta dei loro possedimenti in Valle Imagna è datata del 1149. Il secondo abate del monastero d’Astino, padre Maifredo[2], compra tutte le terre di un certo Allegrone che aveva in Valdimania in Betoleta (Bedulita) per soldi 50. Lo stesso abate l’anno 1156 compra, per Lire 3, tutte le terre, case ed edifici, che Oprando, figlio di Opreto de Armisa, aveva sul monte di Rota nel luogo detto Pendetiis (Pendezzo).

Il terzo abate fu Mauro[3], fu lui che comprò l’anno 1169 le terre di Paolo figlio di Gislandi Pedelingo in Valsecca per Lire 3,8 e l’anno seguente affitta le stesse terre allo stesso Pedelingo di Valsecca, per un fitto annuale di Soldi 16. Questa pergamena del 1170[4], conservata nella biblioteca Mai, rappresenta il documento più antico che cita Valsecca è la contrada di Pendezzo.

Passano 39 anni è ritroviamo nell’anno 1209 un discendente di Pedelingo, Giovanni fu Martino, come affittuario in perpetuo delle terre del monastero in Valsecca. Appare in questo rogito un co-affittuario, un certo Giovanni Butene. Della famiglia Pedelingo non abbiamo più tracce, al contrario dei cosiddetti Buteni. Sempre nelle carte del monastero troviamo un atto notarile del 1276, dove risulta che i discendenti Buteni, fratelli Ambrogio e Guglielmo[5], perdono per insolvenza il possesso delle terre citate. Ancora oggi gli abitanti di Valsecca e di Falghera risentono dell’eredità lasciata dai Buteni: ci sono due luoghi omonimi: Prabutè contrada[6] oggi quasi scomparsa, che costeggia Rota sul lato nord di Valsecca, e Prabutè o Prabotè sul territorio di Falghera. Il prato del Butene o Prabuteno é citato in numerosi atti notarili tra Cinquecento e Seicento e, meglio ancora, nella mappa del notaio Francesco Quarenghi del 1723. L’agrimensore disegna Prabuteno in località di Falghera, al confine con Valsecca.

Sono descritti i possedimenti del monastero, di qua e di là del torrente Pettola. Due grandi appezzamenti di terre sul territorio di Rota in Pendezzo di pertiche 280, altre due su Valsecca di pertiche 491, che sono in tutto più di 51 ettari. In Valsecca i confini di queste terre sono: il torrente Pettola (acque Petulle), valle Certorti, valle Grumanzono, valle Remitta, prato Pedeligno, Methille, Brugello, Grumello de Butenis, ronco Aronomi. Nel 1277 le terre di Rota sono affittate a Rustico, figlio del fu Domenico Rubei di Rota. Questi Rubei o Rossi sono probabilmente all’origine della contrada Carosso di Rota Fuori. Infine segnaliamo nell’anno 1278 la presenza come testimonio di tal Zambellus, figlio di Otti de Persona, che sarebbe il terzo Personeni conosciuto in valle, nipote di Teutaldo Persone di Bedulita.

L’arrivo dei monaci vallombrosani e il loro insediamento nel territorio bergamasco corrisponde al passaggio dal regime feudale a quello comunale. Il territorio della Curia di Lemine comprendeva, per quello che riguarda l’alta valle Imagna, possedimenti in Brumano, Rota, Corna, Blello e Berbenno. I beni del Vescovo di Bergamo sono descritti nel Rotolus Episcopatus Bergomi[7] datato 1258. Il lungo documento è un riassunto dei contratti di locazione delle varie terre; sono descritti gli appezzamenti e la loro individuazione è spesso fatta con dei toponimi difficilmente localizzabili: nessun nome di luogo ricorda il territorio di Valsecca. Una menzione dei diritti vescovili su Valsecca si trova nell’Estimo dell’anno 1476. Il documento ricorda che gli uomini della contrada di Valsecca pagano al Reverendissimo Monsignor Vescovo di Bergamo un censo di Lire 9 di formaggio ogni anno in perpetuo, più Lire 3 al Canonico d’Almenno[8].

ESTIMO DEL 1476

 L’amministrazione veneta, tra le sue numerose fonti fiscali, imponeva a tutte le provincie della Repubblica un imposta diretta, essenzialmente basata sul patrimonio fondiario. Nel caso di Bergamo, il territorio era diviso in Quadre per il piano o in Valli (esenti). Ognuna aveva il suo tesoriere. In valle Imagna il Consiglio della valle eleggeva, in quel ruolo e per numerose generazioni, un componente della famiglia Coronini di Berbenno. Ogni comune della valle doveva pagare la sua parte al tesoriere; la ripartizione dell’imposta era basata sul valore del patrimonio dei possidenti terrieri, il bestiame e vari prodotti manifatturieri. I capi famiglia eleggevano, oltre al tesoriere comunale, i deputati incaricatici a valutare e stimare i beni di tutte le famiglie possidenti.

L’Estimo del comune di Valsecca per l’anno 1476[9], custodito alla biblioteca Mai di Bergamo, è un documento eccezionale, rappresenta un spaccato molto dettagliato degli abitanti del paese: il censimento dei capi di famiglia con il loro patrimonio fondiario, la loro età, quella dei figli in grado di lavorare, i loro mestiere e anche i loro debiti.

In quell’anno, 1476, sono solo 48 anni che la valle Imagna è passata sotto il dominio di Venezia. Il vecchio condottiero Bartolomeo Colleoni è deceduto da qualche mese nel suo castello di Malpaga, e infine, come ultimo riferimento cronologico, mancano ancora 16 anni prima che Cristoforo Colombo scopra l’America! Questo detto per sottolineare l’importanza storica del documento. É difficile trovare una fonte cosi precisa e dettagliata che rivela particolari anagrafici e economici essenziali per le ricerche storiche.

Furono quattro gli uomini, capi di famiglia di Valsecca, incaricati a stabilire l’Estimo Generale del comune: Pero detto Pacha de Bolis, Roggero figlio di Roggero Rota, Antonio detto Longino di Moscheni e Vanone figlio di Zuane Daina de Valsecchi. Non sembra casuale la scelta di questi uomini, ognuno di loro rappresenta le quattro importanti, antiche e originarie famiglie di Valsecca: Bolis, Rota, Moscheni e Valsecchi.

Gli estimatori cominciano il loro giro delle contrade con Falghera[10]. In quell’epoca faceva ancora parte, per lo meno fiscalmente, del “comune” di Valsecca. Scopriamo anche, nel detto documento, che in questa seconda metà del Quattrocento, Sant’Omobono come Costa erano due frazioni della contrada di Cepino. Sono 11 le famiglie censite su Falghera e tra quelle sono quattro i capi famiglia di cognome Dulzoni o Dulconi. Interessante l’etimologia di quel patronimico e vedere la sua evoluzione: dal 1476 passiamo al 1552 per vederlo scritto Dulzis che poi diventerà Dolci.

Sempre su Falghera troviamo Il più importante contribuente stimato su Valsecca si tratta di Maffiolo Rota-Chiarelli, mercante di pannilani, di anni 55, che abita alla Torre: il dito a doy casete e i°caselo da fogo e I°fenile e I°fenileto ala Tore di valore L.140. Il suo patrimonio fu stimato Lire 1516. Possiamo renderci conto dell’agiatezza della famiglia osservando come un nipote del sopradetto Maffiolo, si tratta di Giovanni Antonio , sia presente, tra 1536 è 1584, negli archivi del notaio Giovanni Giacomo Moscheni-Zanucchini di Rota Fuori con 209 atti notarili rogitati a suo nome. Fu il secondo più importante cliente di quel notaio.

Ma vogliamo attardarci su una famiglia emblematica di Valsecca, i Daina de Valsecchi. Riproduciamo la dichiarazione fiscale di Zuane[11] della Fracchia, stimata in Lire 1423.

Zuane Dayna di Valsecchi di anni 68, a 4 fioli lavoranti da lana, a sé e da altrui, di anni 36, 30, 26, 24. El detto a due case, un fenile, un feniletto alla Fragia di valore                              L. 200

  • La Quada, pertiche 6 di terra (…) di valore 70
  • (…) pertiche 10 di terra … di valore 60
  • Item il medesimo Zuane Dayna a sotto la Fragia pertiche 10 di terra (…) di valore L. 100
  • A mobili e più … di valore 70
  • A vacche 4 di valore 36
  • A 1 mula di valore 40
  • A panni e lana di valore 110
  • A panni 4 alti veronesi: 2 fini, 2 grossi, di valore 200
  • Deve avere da Brochero de Valsecchi … 103
  • “   da Antonio del Pertuso de Moscheni    100
  • “   da Zuane del Fachinetto de Moscheni    25
  • “   da Gileto fratello del detto Zuane            89

“    da Jacomo del B.lossa de Moscheni                                                            L. 60

“    da B.tuli e Zuane di Domenico de Valsecchi                                               L. 50

“    dalla … del Bernardino di M° Valsecchi                                                       L. 18

“    dal Cabelo di Valsecchi                                                                                L. 13

“    da Zuane e Renaldo di Valsecchi                                                                 L. 13.10

“    da Simo de Pedro de Moscheni                                                                   L. 12

“    da Bertramo detto Penchero                                                                       L. 13

“    da Castello del Cassinello de Manzoni                                                         L. 17

“    da più persone                                                                                              L. 24

 

El medesimo deve dare a Gidoto d’Albino                                                          L. 15

“                “                a più persone                                                                    L. 23”

 Zuane Daina fu il più importante contribuente fiscale di Valsecca. Come vediamo, il suo patrimonio è basato, per l’essenziale, in denaro investito in prestiti ad altre persone, il totale dei sui averi è di Lire 1423, per un debito di Lire 38, cioè solo 2,6 % della sua sostanza. Il caso estremo censito, economicamente il più basso di Valsecca, è di Maffiolo Rota-Regori detto Moretto, di anni 37, battilana del Prabuté, i sui averi ammontano a Lire 216, ma è debitore di Lire 386, cioè un tasso di indebitamento del 178,7%. Quasi tutti gli abitanti di Valsecca hanno debiti, la media per il totale dei capi di famiglia è piuttosto alta, pare al 23,76%. Numerosi sono quelli che devono per zudigeri, cioè ogni anno pagare alla parrocchia tante some di frumento, pesi di sali o pane cotto per adempire il legato fatto dal padre ma anche da lontani avi.  Soprattutto tantissimi pagano ogni anno un fitto in perpetuo su certe loro terre. Generazioni dopo generazioni devono pagare un affitto annuale per conservare il loro bene. Sono investimenti realizzati da ricchi mercanti valdimagnini, spesso già stabiliti in Bergamo, i principali sono: Gasparino detto Ligeri Zabelli de Rota, Guglielmo[12] detto Rosetto figlio di Manzino Zabelli de Rota, Alberto detto Ligeri Zabelli de Rota. Tutti questi Zabelli, sono discendenti dei Guarinoni di Rota Fuori. É citato anche Bonadeo Grassi[13] de Locatello, e di frequente anche Zuane del Reta di Roncali, cioè Giovanni Roncalli di Cepino, detto Retha: la famiglia ha lasciato suo soprannome alla contrada Caretti. Come gli altri sopracitati, il Roncalli si è arricchito nella mercatura, soprattutto dei pannilani. Però alla differenza di numerosi altri valdimagnini, ricci mercanti, lui ottiene la cittadinanza di Bergamo tardivamente, ciò l’anno 1477[14], dunque la sua residenza ufficiale è ancora in valle Imagna, dimostrata dalla sua dichiarazione di stima sulla contrada di Cepino, sempre per quell’anno 1476.

Con lui possiamo scoprire un esempio delle ricchezze generate da questi imprenditori valdimagnini. In quell’anno 1476 Zuane Roncalli aveva passato i 75 anni di età, si trovava nella posizione del patriarca che comincia a lasciare i suoi affari tra le mani dei tre figli mercanti: gestiscono un mulino con pesta, due folli e una tintoria in Caretti sulla riva dell’Imagna. Non c’è nessuno particolare che descrive la casa, ma è valutata Lire 1000, possiamo immaginare il meglio. Come vedremo le case più stimate di Valsecca valgono Lire 150.

Il suo patrimonio fondiario ci lascia a bocca aperta. Sono 165 appezzamenti di terra per più[15] di 113 ettari su Cepino, Bedulita, Corna, Selino, Blello, Stozza, Almenno. In valle San Martino: in Vercurago, Calolzio, Foppenico, Rossino, poi le ricche terre, per lo più arative, in pianura nell’Isola: in Filago, Berzio, Bonate, Chignolo. Solo una piccola parte è gestita da lui, stimata Lire 4373, ma la maggioranza sono terre in livello perpetuo, non stimate, ma sulle quali al Roncalli tocca ogni anno un affitto. Non si finisce lì, segue un lungo elenco dei suoi debitori, cioè 177 persone che pagano interessi su un capitale di Lire 6647 dovuti.

Ritorniamo su Valsecca, il valore delle case stimate è molto variabile secondo le contrade, le più basse sono su Càrevi (Lire 30) e le più alte in Cascutelli e Gromo (Lire 125-150), il valore medio delle case, spesso con un fienile, stalla, pollaio, forno, è di Lire 73. La pertica di terra ha un valore stimato tra Lire 8 è 11. Sono pertiche 1825 quelle censite nell’Estimo di quell’anno 1476, cioè ettari 120 incirca. Sui 90 proprietari fondiari 55 hanno almeno una vacca, 23 una pecora e solo 9 possiedano un mulo o un asino.

Sul comune sono censiti 143 vacche (o manzo o vitello), 406 pecore e capre, 11 muli o asini. Numerosi di questi bovini o ovini sono in soccida. In quell’epoca una vacca vale circa Lire 10, una pecora non supera una Lira, il valore medio di un mulo è di Lire 29. Praticamente tutti gli abitanti di Valsecca hanno da vendere qualche pannilani, che sono contabilizzati nel loro patrimonio: panni Valsugana, panni nostrani, panni alti o bassi, i valori sono tra Lire 12 e 50 il panno, secondo la qualità.

Sono segnati tre mulini, sul torrente Pettola, il primo mulino con forno, stimato Lire 100 di Antonio Rota Chiarelli, merzaro di anni 36, l’altro di Pero Cassinelli de Manzoni detto Nigrino di anni 40, l’ultimo è di Castello Cassinelli de Manzoni al Mus, di anni 25.

L’attività nel settore del tessile fu altrettanto importante come la lavorazione e la fabbricazione d’oggetti di legno: 48 uomini lavorano[16] la lana o sono sarti, 52 sono artigiani fabbricanti di contenitori di legno, mestoli, attrezzi vari e diversi in legno o venditori degli stessi prodotti[17]. Solo due sono detti fabbri ferrai e tre sono merzari in ferrarese.

Sono 90 le famiglie censite, mentre 30 anni dopo, nell’Estimo della valle del 1506[18], né troviamo 106 per Valsecca e Falghera. In quell’epoca il più importante contribuente fiscale fu Bertramo e fratelli figli di Zanni Scudelli de Moscheni, dichiarando Lire 4430.

 Famiglie

Alla fine del XIV° secolo possiamo chiaramente distinguere quattro famiglie: i Moscheni, i Bolis, i Valsecchi e i Rota che consideriamo come antichi e originari ceppi di tutte le altre famiglie insediate in Valsecca per quell’epoca e per la maggioranza dei casati nei secoli successivi. In un’epoca successiva arrivano i Manzoni. Un precedente studio sulla parrocchia di Rota metteva in evidenza una situazione praticamente identica, cioè nel Quattrocento la popolazione del paese discendeva anche lì da quattro famiglie, i Bolis, Moscheni, Rota e Quarenghi.

Per differenziare le diverse famiglie di Valsecca, portando un patronimico identico, vengono attribuiti dei soprannomi, a loro volta certi di questi appellativi diventeranno dei cognomi. Per questo il Quattrocento fu la cerniera tra due epoche e segna la nascita di numerosi nuovi nomi di famiglia.

Dai Bolis discendano i Bottana, i Raselli, i Rasini.

Dai Moscheni discendano gli Amorosi, i Baschera, i Cassini, i Gritti, i Pagnoni, i Pizzardi, gli Scudelli, i Todeschini, i Tonoli.

Dai Rota discendano i Bugada, i Catena, i Fusari.

Dai Valsecchi discendano i Barabani, i Baracchi, i Belli, i Berardi, i Capini, i Cassi, i Cornali, i Daina, i Gobbi, i Manzini, i Raynaldi, i Rizzi,i  Sibella, i Tincti.

Dai Manzoni discendano i Cassinelli.

Non solo, i nostri rilevamenti dimostrano queste derivazioni, ma anche i notai nei loro resoconti delle assemblee dei capi di famiglie fanno queste classificazioni. Ad esempio del sindacato di Valsecca del 1460[19], il notaio Antonio Rota distingue le quattro famiglie: Moscheni, Bolis, Valsecchi e Rota, concludendo con i Cassinelli.

Il primo settembre sono riuniti nella contrada di Cascutelle:

Martino detto Scudella f.q. Petri detto Scudelle de Moschenis

Zanus f.q. Johannes de Moschenis

Petrus f.q. Antonio detto Zabori de Moschenis

Antonio f.q. Bonomi de Bolis

Vincentius f.q. Arnoldi de Bolis

Bertulino filius Johannes olim Vincenti detto Raselli de Bolis

Petrus detto Capinus f.q. altro Petri detto Cape de Valsecchis

Dominichus f.q. Bertrami detto Berardi de Valsecchis

Lafranchis f.q. Fillipi de Rota

Johannes detto Rubeis f.q. Zani detto Cadenini de Rota

Johaninus detto Casinelus filius Zani de Manzonibus

Il notaio avrà dimenticato due persone, aggiunge:

Vincentius f.q. Petri detto Mutti de Bolis

Bertrami detto Brandinus f.q. Simonis olim Raselli de Bolis

Nel sindacato del 1509 non sono presenti Manzoni-Cassinelli, solo le quattro famiglie come sopra, il notaio Giovanni Moscheni-Zanucchini anche lui elenca le famiglie, classificandole nello stesso ordine e precisa: tutti della parentela Moscheni – tutti della parentela Bolis – idem Valsecchi – idem Rota.

Barabani

L’anno 1471 é citato[20] Zani detto Barabani f.q. Bonetto Vache de Valsecchi, che abita a Camozzo; lo ritroviamo sull’Estimo del 1476 descritto come magister da cazuli, nato circa l’anno 1416.

Nel lontano 1507 Giovanni figlio dell’altro Giovanni Barabani de Valsecchi fa testamento[21] e poi i sui nipoti Marco, Giovanni e Giuseppe faranno divisione dei beni familiari il 7 gennaio 1547[22]. Sono descritti una casa in Grumello, numerosi appezzamenti di terre alla Plana, in Payero, in Frachiis, in Campis de Zochis, in valle Petolum e una terra di pertiche 27 comprata dal Maestro Jacobo Betoli de Peterbellis e a suo figlio Gottardo. Le famiglie poi si stabiliscono nelle contrade di Cacasetti e Valsecca Bassa.

Una lunga relazione tra i Barabani e i mulini inizia nel 1689 quando Francesco Barabani fa donazione[23] a suo suocero, Pietro Todeschini, di un terreno per fabbricare un mulino. Arriviamo poi all’inizio Ottocento per vedere Paolo Barabani, discendente del precedente Francesco, descritto come proprietario dei mulini della Foppa e di Campagnone.

Soprannomi: Cazale (1642), Boldrana (1739).

Baracchi

Il primo Baracchi che appare negli archivi è un certo Bertramo di Camozzo, figura tra i censiti sull’Estimo del 1506 con un patrimonio stimato Lire 542.

Localizzati poi in contrada Cà del Bello all’inizio del Seicento.

Baschera

Andrea Baschera de Moscheni fa testamento l’anno 1537, fu per molti anni sulle galee, requisito dalla Serenissima come galiotto, nomina suo figlio Bertramo erede universale.

Vendita di fieno

1566 Settembre 5, S. Omobono Valle Imagna, davanti alla casa di Maffeo Bazini di Rota.

Bertramo del fu Andrea Baschera de Moscheni abitante in Val Secca vende a Martino del fu Giovanni Maria Zanini Tonolo de Schutellis tutto il fieno che si trova in un solaio della casa di proprietà di detto Bertramo situata in località de Chachassetis della contrada di Val Secca, fieno raccolto lo stesso anno  (1566) da detto Bertramo sulle terre per lui lavorate da Marco Daina di Val Secca; la quale quantità di fieno fu promessa da Bertramo a detto Martino il quale a sua volta promette di darlo da mangiare alle bestie nello stesso luogo di Chachassetis  e di destinare il letame prodotto da dette bestie alla concimazione delle terre di proprietà di Bertramo per lui lavorate da Marco Daina dalle quali fu raccolto detto fieno, purché il detto Bertramo debba consegnare  in cambio a detto Martino le foglie per lo strame delle bestie che mangiano il detto fieno; e tutto ciò per il prezzo da pagarsi da  Marco Manzini, liquidatore  scelto da detti Bertramo e Martino per stimare detto fieno, e a quel prezzo si devono attenere entrambe le parti. E da quel prezzo Martino debba pagare, come in effetti promette di pagare, a Marco Daina quindici lire imperiali per l’affitto dell’anno in corso delle stesse terre [o per il lavoro fatto sulle terre]. Il residuo del prezzo di detto fieno andrà defalcato da un credito che Martino vanta nei confronti di Bertramo. – Notaio Giovanni Giacomo Moscheni

Famiglia estinta nel Seicento.

 Belli

Le prime notizie riguardanti i Belli de Valsecchi sono quelle di Giovanni detto Bello figlio di Andrea Cressi de Valsecchi. Appare sull’Estimo dell’anno 1506, stimato Lire 1550.

Bartolomeo figlio di Giovanni Battista Belli il 2 febbraio 1700 detta il suo testamento al notaio Antonio Rota[24]; in assenza di figli nomina eredi i sui fratelli Carlo, Giovanni, Simone e Francesco, poi lega alla chiesa di San Marco due quadri: uno di San Salvatore e l’altro di San Bartolomeo come anche una scale da mano lunga di passi 31. Bartolomeo ordina ugualmente che il suo ritratto, come il quadro di San Bartolomeo che si ritrovano in casa, non siano venduti ma lasciati in detta casa per gli eredi delle generazioni future.

Segnaliamo anche le ultime volontà, poche comune, di un altro Belli di Valsecca. Il 31 settembre 1743 Bernardo figlio del fu Rocco Belli di anni 66 fa testamento[25]e ordina che sia spesa per l suoi funerali l’importante somma di Lire 433. Vuole che siano celebrate, nel termine di anni tre, messe quattrocento. Ordina al suo erede che venga celebrata una messa all’Altare privilegiato della chiesa di San Bernardino, chiamata la Cassa delle Ossa, sopra il cimitero di S. Stefano in Milano. Più un’altra messa in S. Giovanni Decollato alle case rotte pure in Milano. Lascia diverse somme per la Confraternita e le Scuole di S. Marco di Valsecca e per la Cornabusa e comanda che sia comprata una campanella, per circa Filippi[26] 10, per essere posta sopra l’Oratorio presso la chiesa parrocchiale.

Più o meno nella stessa epoca di questo testamento, in Valsecca, vive Pietro Antonio figlio del fu Pietro Belli detto Pittore, quest’appellativo è anche uno dei toponimi rilevato nel comune.

Bolis

Sono soprannominati Raselli e Rasini. Lo storico Giuseppe Ercole Mozzi[27] ha censito un atto notarile del 1335 citando Omeboni figlio di Martino detto Rati de Bolis di Valsecca.

Un altro rogito importantissimo datato 20 maggio 1472[28] ci permette di intravedere le diverse diramazioni di questo casato. Siamo a Valsecca in Gromo Superiore nella casa degli eredi del fu Simone figlio di Ser Vincenzo detto Raselli de Bollis (quasi sempre il cognome è scritto con due elle) ad domos illos Raselli, siamo lì nella “casa madre”, culla dei Raselli. Presenti come testimoni: Bernardo detto Nigrino f.q. S. Bonomi de Bolis de Valdimania, S. Jacobo f.q. S. Marti de Bolis de Lecco, Petro f.q. Alberti de Bolis de Lecco, S. Martino f.q. Simone de Bolis de Valdimania e Vincencio f.q. Arnoldi de Bolis de Valdimania. Sono riuniti quel giorno due componenti della famiglia Bolis per concludere la divisione di beni, con un scadenziario su diversi anni per regolarizzare i conti.

Da una parte troviamo Vanotto f.q. Ser Bertramo detto Barzini de Bolis che abita a Lecco e Antonio detto Garzono (nipote del precedente Vanotto) f.q. Ruggeri olim (del sopradetto) Bertramo detto Barzini de Bolis che abita in Valdimania, contrada di Locatello.

Le ultime famiglie con il solo cognome Bolis spariscano all’inizio del Cinquecento.

Bottana

Bertramo sarebbe nato nel 1421 e abita a Cafarina, Nell’Estimo del 1476 è descritto come cazularo, padre di Pero di anni 28 anche lui cazularo, Manzino battilana di anni 24 e Ambrogio venditore di cazuli, di anni 20.

Bugada

Le radice della famiglia Bugada sono da ritrovare tra i Brignoli de Rota[29], Ricordiamo che nel Trecento gli eventi bellici tra guelfi e ghibellini hanno sconvolto la popolazione e le famiglie della valle si sono rifugiate un po’ ovunque, i Brignoli in valle San Martino verso Burligo e Palazzago.

Lo storico Giuseppe Ercole Mozzi nella sua monumentale Antichità bergamasche, cita una pergamena datata 1459 nella quale figura Tonolo detto Bugata f.q. Zanni detto Cadenini de Brignoli de Rota abitando Gromanzono comune di Valsecca. Si tratta di un atto notarile di Tonolo Rota, notaio di Carenno, con cui il primo agosto 1459 fanno contratto di soccida il detto Bugada con Ambrogio Manzoni di Erve. Una attenta lettura rivela che la parola Gromanzono è cancellata e sul margine il notaio ha scritto Capizolis.

Negli Atti della visita detta di San Carlo Borromeo del 14 ottobre 1575 è citato il legato di Bartolomeo fu Antonio Bugada, rogato dal notaio Pietro Bono Pellegrini il 3 novembre 1488: dono di Lire 40 per un calice, più l’elemosina per i poveri di Ducati 5 in pane cotto e sale su 5 anni.

Pietro Bugada figlio di Pietro Antonio di Capizzoli si stabilisce in Rota Fuori circa nel 1650; sarà il capostipite di tutti Bugada in questo comune. La famiglia possedeva già terre in Caboli e Camoscheni, beni acquistati dal padre Pietro Antonio dai fratelli Zanucchini (Moscheni) Gio. Giacomo e Giovanni l’anno 1634.

Calegari

I primi Calegari appaiano in Valsecca all’inizio del Settecento.

Capini

Nell’estimo del 1476 è citato Pero detto Capino di anni 55, venditore di cugari e cazuli.

I fratelli Pietro Antonio e Marco figli di Simone Capini sono tra i più importanti clienti del notaio Giovanni Giacomo Moscheni-Zanucchini di Rota Fuori, abbiamo censito al loro nome 211 atti negli anni 1540-1575; per lo più sono prestiti di denaro e contratti di soccida.

Casato estinto all’inizio del Seicento.

Cassinelli

Appare sull’Estimo del 1476 Castello Cassinelli de Manzoni figlio di Giovannino abitante di Moso (Mus), di anni 25, fa il frero[30], possiede una casa con mulino vicino al torrente Pettola e 12 pertiche di terra con un fenile, per i quali paga un fitto perpetuo di Lire 5 a Ms. Gasparino de Zabelli de Rota. É proprietario anche di una vacca, un asino e 9 pecore.

Il mulino (in loco del Mosis) fa parte dei beni divisi tra gli eredi di Castello l’anno 1537[31].

Lanfranco e Battista, fratelli, figli di Santino sono fabbri di ferramenta (1662-1665).

I Cassinelli di Valsecca sono all’origine delle famiglie Cassinelli di Rota Fuori e di Berbenno.

Cassini-Cassi[32]

Il più anziano Cassini de Moscheni che possiamo localizzare in Cacasetti fu Zuane nato l’anno 1406, padre di quattro figli, tre sono battilana e uno sarto (Estimo del 1476).

Paolo Cassini de Moscheni nel suo testamento del 1693[33] nomina erede la chiesa di San Marco, con l’obbligo per i sui reggenti di fare realizzare un ancona all’altare di San Gottardo e San Sebastiano, con l’immagine della Beata Vergine Maria con il Bambino Gesù in braccio, il Patriarca San Giuseppe, i Santi tre Re Maggi, San Paolo e anche l’apostolo San Pietro.

Catena

Discendendo dei Brignoli de Rota la famiglia Catena è presente circa un secolo su Valsecca. L’anno 1460 troviamo Pietro detto Cadena figlio del fu Bertramo de Brignolis.

La stessa famiglia si stabilisce in Rota Dentro dove la ritroviamo fino la meta del Settecento prima della sua estinzione.

Cornali

Della famiglia dei Valsecchi, il primo che appare negli archivi sarebbe Pietro detto Cornalo figlio del fu Zanni (di) Maffeo de Valsecchi, siamo nell’anno 1495. Su Valsecca le ultime notizie di questa famiglia sono dell’inizio Settecento, poi un componente di questa famiglia si stabilisce, circa nel 1640, in Locatello. Nota: i Cornali di Rota Fuori sono oriundi di Almenno San Bartolomeo.

Daina

Chiunque inizierà una ricerca sulla famiglia Daina troverà facilmente informazioni sui nobili Daina de Valsecchi. Questa nobiltà è recente, data secolo scorso, ottenuta dall’avvocato Giovanni Daina l’anno 1927 che non resiste all’imperiosa necessità di un cognome con la particella nobiliare: fa aggiungere al suo cognome il De’ Valsecchi non usato da secoli. Quest’avvocato Giovanni Daina è discendente del ramo Daina di Rota Fuori, lontano cugino degli imprenditori tessili della Torre. L’Enciclopedia Storico-Nobiliare Italiana di Vittorio Spreti (1935) ci propone lunghe genealogie sul casato partendo da un certo Bertramo De Valsecchi, già cittadino di Bergamo l’anno 1430, poi la famiglia ottenne il diploma della cittadinanza originaria l’anno 1756.

Purtroppo non è così, una volta di più gli incaricati di ricercare le radici delle famiglie, allo scopo di ottenere l’antica cittadinanza di Bergamo, prendevano delle scorciatoie un po’ troppo facili! Il sopradetto Bertramo del 1430[34] non è il capostipite della famiglia, anche se è possibile che sia un parente (vedere paragrafo sui Valsecchi).

Abbiamo ritrovato il frammento di un rogito notarile, senza data, firmato dal notaio Zanotus Marcheti de Valsichis che datiamo alla fine del Trecento o inizio Quattrocento[35].

Questo pezzo di pergamena associato ad altri documenti[36] del Quattrocento allarga e conferma la lunga genealogia del casato Daina da noi controllata, i due nomi Zanotto (figlio di) Marchetto non portano ancora l’appellativo Dayna, solo Valsichis. Come abbiamo accennato in precedenza, Daina fu un soprannome che diventa cognome, come tanti altri, nel corso del Quattrocento.

Alla lettura degli archivi del notaio G.G. Moscheni, Z. Marco (1) figlio di Giovanni appare come il più intraprendente dei Daina, si stabilisce aSono tantissimi gli atti notarili di “pace” per concludere delle risse tra famiglie della valle, spesso sono archibugiate, a volte fatale. La famiglia Daina si vede, almeno per due volte, coinvolta in drammatici casi di vendetta, la prima con la famiglia Manzoni.

Il 10 giugno 1660 Stefano Manzoni figlio del fu Lorenzo di Cafrago viene trovato morto, con molte ferite, in un bosco di Rota. Passano dieci mesi e un nuovo dramma sconvolge le due famiglie Manzoni e Daina oriunde di Valsecca ma stabilite in Rota Fuori. Il 24 aprile 1661 Giovanni Battista[37] Daina figlio di Cristoforo prese il Giulileo la mattina poi fu amazzato d’una scopetata avanti la porta della Chiesa (di San Siro) da Lorenzo[38] Manzoni figlio di Stefano.

Lorenzo avrà vendicato la morte del padre? Non sappiamo che fine ha fatto, una cosa é sicura: non ha discendenza in valle Imagna.

La seconda situazione, un po’ meno tragica, si risolve con la pace firmata il 4 novembre 1735[39]:

Sono riuniti in Cascutelli, nella camera ove giace a letto Giovanni Maria Todeschini. C’è suo padre Gottardo e suo fratello Rocco, che firmano l’accordo al nome loro ma anche degli altri fratelli Giulio e Giovanni Battista assenti, l’altro firmatario è Giacomo Daina figlio del fu Martino.

Il giorno primo del mese viene ferito Francesco Daina q. Martino col sbaro della schiopetta con cui restò offeso da balini nella schiena il detto Francesco Daina fratello dell’infrascritto Giacomo (…) fanno una buona, vera, sincera e perpetua pace (…) con reciproco bacio di pace, anche à nome del medesimo Francesco suo fratello giacente offeso nel letto e io nodaro infrascritto per detto D. Francesco ed in suo nome stipulante et recipiente la pace medesima per l’offesa da esso D. Giacomo Daina fatta con archibugiata allo stesso Giammaria Todeschini, l’istesso nominato giorno primo corrente (…).

Le conseguenze di questi atti possono essere molto pesanti, il console del comune ha l’obbligo, nelle sue prerogative, di denunziare al Podestà di Bergamo tutte le ferite dovute ad atti di violenza. E sappiamo che nei secoli passati la Giustizia umana non tollerava niente, pene di morte o una condanna a anni di galee (tanto vale dire pena di morte…) erano frequenti. In questo caso sappiamo che i due feriti e i loro parenti coinvolti sono tutti vissuti in Valsecca negli anni seguenti.

Gritti

Il primo Gritti appare nell’Estimo del 1476, sarebbe Antonio Moscheni detto Gritti, figlio di Zuane detto Berlossa, di anni 36, censito come sarto e mercante, abitando a Càrevi.

Quel Antonio, il primo di cognome Gritti, fu padre di cinque figli: Giovanni, Pietro, Sirio, Francesco e Sebastiano, da loro scendano tutti Gritti di Valsecca poi di Rota Dentro, quello lo possiamo affermare, e con una forte probabilità anche quelli di Locatello.

Antonio Maria Gritti fu padre del Reverendo Letanzio Gaetano (nato circa 1700), già nel 1718 era proprietario di una casa in Pragatone nel comune di Rota Fuori. Suo figlio prete Letanzio Gaetano, che abita a Piacenza, si reca spesso nella sua valle natale, la sua residenza estiva é in Pragatone dove l’anno 1743 farà costruire l’oratorio dedicato a San Gaetano.

Riproduciamo gli estratti di un atto notarile, che ha la particolarità di trattare in uno solo rogito sia di una vendita di legna, sia del pagamento di una dote.

Il lunedì 3 del mese di ottobre 1712[40], i fratelli Giovanni Battista, Giovanni e Pietro figli di Giovanni Battista Gritti vendono a Lorenzo figlio del fu Francesco Manzoni detto Papetto del medesimo comune di Valsecca, la legna per far carbone e ciò che meglio piacerà al compratore. Principiando sotto la strada che tende alla pezza di terra detta il Chignolo, sino alla valle detta la valle di Cantoni, sino alla strada che tende per andar in Valsecca Bassa (…). La quale legna è stata stimata da due stimatori, uno per parte, in sacchi n° cento e sedici, à ragione di Lire tre e mezzo il sacco[41], quali fanno Lire quattro cento e sei di moneta corrente di Bergamo (…) con condizioni che la legna venduta sia tagliata tutta di luna crescente e nel termine di anni tre, oggi principianti (…).

A pagamento appena effettuato i fratelli Gritti subito pagano Paolo Todeschini, loro cognato, in conto alla dote di donna Caterina loro sorella, moglie del detto Paolo.

Invernizzi

La presenza di diversi componenti del casato Invernizzi è accertata in Valsecca negli ultimi anni del secolo XVII. Dopo pochi anni gli Invernizzi sono bene integrati nella loro nuova comunità, come ad esempio Giacomo eletto Console di Valsecca l’anno 1706, poi  sarà il turno di suo figlio, eletto l’anno 1722.

Nel 1700 abbiamo il contratto[42] tra Giovanni Battista Gritti e Pietro, figlio del fu Andrea Invernizzi della Colmine di San Pietro. Il Gritti affida al Invernizzi un terreno da disboscare (da far à campo), di circa cinque pertiche, posta nel luogo de Càrevi, ove si dice nelle Seie. Stupare tutte le castagne e farle in carbone (…) tutta la legna buona da far asse e legni da fabbriche e pali. Gio. Battista Gritti si obbliga di dare a detto Invernizzi Lire trentacinque la pertica e dell’usufrutto di tutto quello che si caverà, di detta terra, meta per ogni parte.

L’anno 1704 vede Carlo figlio del defunto Pietro Invernizzi del Comune di Morterone Colmine di San Pietro ma ora abitando nel presente Comune di Valsecca, insieme a Donna Aurelia sua moglie e figlia di Cristoforo Maconi, comprare due corpi di case in Càrevi, chiamate le case della Barbera, con un pezzo di terra chiamata il campo dall’orso in Pedezolo, dai fratelli Pietro e Francesco figli di Marcantonio Gritti detto Zaura, il tutto al prezzo di Lire 600 di moneta corrente di Bergamo.

Manzoni

Siamo con la stessa famiglia dei detti Cassinelli, i documenti più antichi (inizio ‘400) citano sempre i Cassinelli de Manzoni, poi un secolo più tardi Il cognome Manzoni appare da solo. Però c’è una bella confusione negli atti notarili, a volta lo stesso individuo è nominato Cassinelli, altre volte Manzoni. Circa nel secolo XVII si vede chiaramente distinguere i due casati, poi sparisce il cognome Cassinelli, al punto anche di trovare certi notai nominare i Manzoni de Cassinelli, cioè l’appellativo originale viene invertito! Certamente per ricordare, la predominanza dei Cassinelli nei secoli passati, almeno così sembrava agli abitanti di Valsecca.

 

Mazzoleni

I quattro fratelli: Tommaso, Francesco, Pietro (detto Turbino) e Pietrone figli di Geri della Costa in contrada Cà Bagazzini, si sono stabiliti in Valsecca circa nel 1540 in contrada Cà. Poi, all’inizio del Seicento si stabiliscono in Locatello e Bedulita mentre sparire completamente di Valsecca.

FRANCESCO q. GERIO MAZZOLENI VENDE AL FIGLIO GERIO UNA CASA E METÀ DI UN FIENILE

Nel nome di Cristo amen. Giorno tre del mese di marzo 1594, indizione settima, in casa di proprietà e di abitazione dell’infrascritto Gerio compratore, situata nel luogo di Ca’ Pizzoli della contrada di Valsecca, Valle Imagna, distretto di Bergamo, presenti i testimoni: ser Pietro Antonio del fu Antonio Maria Bugada, signor Marco e Giovanni Giacomo fratelli, figli del fu signor Battista Dayna di Valsecchi e Antonio del fu Giovanni Antonio Todeschini de’ Moscheni tutti abitanti della predetta contrada di Valsecca, noti e idonei, convocati a questo scopo e dichiaranti etc.

Qui Francesco figlio del fu Gerio Mazzoleni, abitante della contrada di Valsecca, uomo di età di oltre settant’anni, esplicitamente, spontaneamente e con matura decisione, a titolo di dato e di vendita e in ogni miglior modo ecc. fece e fa dato e vendita e trasferimento di dominio e di possesso per libero e compiuto mercato e accordo a Gerio, figlio separato dello stesso Francesco, presente ed accettante per sé e per i propri eredi ecc., una pezza di terra prativa, arboriva, regressiva, corneliva giacente nella predetta contrada di Valsecca in località Ca’ Mozzi dove si dice in Canegia, e della metà di un fienile in muratura, con porta e coperto di ardesie esistente sopra o presso detta pezza di terra, del quale fienile l’altra metà è di proprietà di Giovanni Maria Baracchi di Valsecca che l’acquistò dal signor Francesco col suo cortile e i suoi soliti accessi e servitù, e a detta pezza di terra confina a est la proprietà di detto Giovanni Maria Baracchi e in parte le strada, a sud  lo stesso Giovanni Maria, a ovest e a nord proprietà comunali, salvi confini più veritieri; la quale pezza di terra è circa di pertiche cinque o tanta quanta è, quanta si vuole in più o in meno, per il prezzo sotto indicato per patto speciale così tra loro in precedenza  …? ecc., e di ogni diritto, azione in qualsiasi modo pertinente  allo stesso Francesco su detta pezza di terra e metà del fienile; ma in quel modo ecc. e qualsiasi cosa ecc. e detto Francesco  diede e consegnò allo stesso Gerio tutti i diritti ecc. e lo stesso Francesco ponendo pose il soprascritto Gerio in suo proprio luogo, diritto e stato e procuratore  per quanto riguarda detta pezza di terra e di metà del fienile e lo rese e lo costituì procuratore come verso una cosa propria.  E in ogni modo ecc. diede e dà il venditore al compratore piena libertà e licenza irrevocabile di entrare ecc. e così fu contento ecc. e inoltre il signor Francesco convenne e promise sotto obbligazione sua e di ogni suo bene ecc. e d’altra parte in perpetuo per se e per i propri successori di difendere legalmente, di mantenere, di agevolare detto Gerio e i suoi  successori in relazione a detta pezza di terra e metà del fienile e tutto ciò qui sopra venduto nei confronti di ogni persona ecc. in plenaria et comuni fama e soprattutto con la clausola maggiore  di opporsi alle liti ecc. e di legittima evizione secondo gli ordini e gli statuti della Magnifica Comunità di Bergamo che le due parti vollero qui considerare come inserita e registrata. 

Il quale atto di dato e vendita e tutte le cose predette  fece e fa a detto Gerio suo figlio separato che così accetta per il prezzo di lire trecento sessantaquattro imperiali da pagarsi da detto Gerio con i patti e i modi  qui  sotto annotati, e cioè: primo, che detto Gerio da detto prezzo trattenga e possa trattenere per sé lire cento imperiali nelle proprie mani, come da ora detto Francesco lascia, per patto speciale tra essi contraenti,  dette lire cento a detto Gerio per tenerle in deposito senza però pagare o dare alcun usufrutto o fitto a nessuno da parte di detto Gerio finché Bonetto, figlio di detto Francesco avuto dall’ultima sua moglie, prometta e dichiari di non molestare mai né di contrastare detto Gerio e i suoi eredi a proposito dei detta pezza di terra e metà del fienile in vigore della dote della fu madre di detto Bonetto, e una volta moglie di detto Francesco, e per qualsiasi altra causa e (in vigore) di qualche diritto pertinente o in qualche modo spettante a detto Bonetto in detta pezza di terra  e metà del fienile; e queste cose furono fatte per cauzione di detto Gerio per patto speciale così celebrato tra detti padre e figlio contraenti, senza il quale patto detto Gerio non avrebbe conchiuso detta vendita da parte di suo padre per rispetto della dote della predetta ultima moglie del soprascritto Francesco e madre del soprascritto Bonetto. Le restanti lire duecento sessantaquattro imperiali invece lo stesso Gerio è d’accordo di darle e pagarle e le promise e le promette sotto obbligazione di se stesso e di tutti i propri beni ecc. al predetto suo padre Francesco, che così accetta, ad ogni richiesta dello stesso Francesco, di giorno in giorno o di mese in mese come sarà necessario per detto Francesco e come lui preferirà, affinché con detto denaro lo stesso Francesco possa provvedere al proprio vitto e vestiario e alle altre sue necessità che gli possano capitare e accadere, fino al completo pagamento perché così fu il patto e la convenzione tra detti padre e figlio ecc., e che risarcirà ecc. e manda  dietro rogito con altre parole costitutarie e con esecuzione parata in forma. E tutte queste cose predette, padre e figlio promettono vicendevolmente di osservare inviolabilmente ed anche detto Gerio promise e promette che non appena sarà fatta da parte di detto Bonetto, non appena avrà raggiunta la maggiore età di anni diciotto, la soprascritta promessa di non molestare detto Gerio per detta pezza di terra e metà del fienile, come sopra è stato detto, darà e pagherà in base alla detta obbligazione stesa come sopra al predetto Francesco le soprascritte lire cento lasciate nelle mani di esso Gerio per sua cauzione come sopra; e non altrimenti se non compiute le cose predette detto Gerio  sia tenuto  né possa essere chiamato da detto Francesco né da altri al versamento di dette lire cento, e così padre e figlio contraenti  furono e sono contenti e concordi sulle cose predette e rinunciarono  ad ogni e qualsiasi eccezione, legge, beneficio ed a qualsiasi altra cosa in contrario che si opponesse alle cose predette;  e per secondo notaio al rogito di questo presente istrumento di dato e vendita, di patti  e promessa e di tutto ciò che in esso è contenuto, fu presente // e si sottoscriverà secondo la forma del diritto e degli Statuti di Bergamo il signor Pietrino Cassotti de’ Mazzoleni, notaio pubblico di Bergamo.

Mazzucotelli

All’inizio dell’ottocento Bernardo Mazzucotelli fu proprietario del mulino in Cafrago.

Moscheni

Possiamo dire, che il casato Moscheni fu il più importante ceppo delle famiglie di Valsecca, probabilmente anche uno dei più antichi della valle. Ricordiamo un certo Arnoldi Musche del Frontale (Rota Dentro) citato come vicino, di una pezza di terra, proprietà del vescovo di Bergamo, siamo l’anno 1188[43]. In quell’appellativo “Musche”, troviamo quello che somiglia all’etimologia del cognome Moscheni. Di questa famiglia derivano due altre: i Todeschini e i Gritti, famiglie arrivate fino ai tempi nostri, alle quali si aggiungono quelle sparite nel corso dei secoli come gli Amorosi, Bascheri, Cassini, Pizardi, Tonoli. Si deve prendere in conto anche la “sotto-famiglia” dei cosiddetti Schudellis[44]. Quest’appellativo (Scudelli o Scutelli) non è da interpretare come un luogo di vita o come un semplice soprannome in relazione a un mestiere, ma come un vero e proprio cognome. Un atto notarile del 1537[45] cita i testimoni presenti, che sono: Francesco figlio di Giovanni Maria; Marco fu Giovannino Schutelle; Giovannino fu Antonio Moro; Marco fu ser Zanino Tonoli; Bertramo figlio di ser Giovannino fu Simone Todeschino, ominibus de Schudellis de Moschenis.

Quest’ultime parole: ominibus de Schudellis de Moschenis = tutti Scudelli de Moscheni, sono tutti della famiglia dei Scudelli della più vasta parentela dei Moscheni.

Pagnioni

La prima notizia è di un certo Antonio Pagnono testimone nell’anno 1459, poi scarse informazioni fino l’anno 1560. Nel primo registro dei battesimi di Valsecca (inizio ‘600) non c’è tracce di questo casato, ha però alla particolarità di avere lasciato il suo nome alla contrada oggi chiamata Campagnone (Capagnone nel 1723).

Pesenti

L’anno 1723 vede Giovanni Antonio Pesenti come Console di Valsecca, ma nessuna nascita con questo patronimico nel primo registro battesimale di Valsecca (ca. 1620-1680).

Raselli

All’inizio del Quattrocento già troviamo i Raselli de Bolis in contrada Gromo in una pergamena[46] custodita in biblioteca A. Mai di Bergamo datata del luglio 1439, atto notarile rogato in casa di Vincenzo f.q. Arnoldo detto Raselli de Bolis. Sono riuniti i fratelli Arnoldo, Johannes, Pietro, Antonio e Zanni figli di Arnoldo d° Raselli de Bolis per la divisione del patrimonio familiare.

Ramo estinto all’inizio del Cinquecento.

Rasini

I Rasini come i Raselli sono una diramazione dei Bolis, anche loro in contrada Gromo, la loro presenza in Valsecca è accertata fino alla prima metà del Settecento.

Pietro Rasini de Bolis figura sull’Estimo del 1506 con i figli Arnoldo, Battistino, Vincenzo e Antonio. Due anni dopo questo Estimo nasce il figlio Francesco, che ritroviamo nel 1560 vivendo in Ferrara quando fa donazione a sui nipoti Tommaso e Giovanni Maria figli del fu Arnoldo suo fratello. Quel Tommaso (detto di anni 85) testimonierà l’anno 1600 presso don Orazio Peracchi, parroco di Valsecca e in quell’epoca, permetterà al notaio Benedetto Moscheni-Zanucchini[47] di ricostruire la genealogia della famiglia per tentare di risolvere problemi d’eredità.

Un discendente di questa famiglia sarà il reverendo don Francesco Rasini de Bolis. Abbiamo tracce del suo patrimonio ecclesiastico fatto l’anno 1706[48] quando era ancora chierico accolito, studente e alunno nel seminario di Bergamo. Fu il committente del quadro, oggi esposto nella sacristia nella chiesa di San Marco, che rappresenta la Madonna al Rosario e fu dipinto nel 1732 da Francesco Quarenghi di Rota Fuori.

“R.D. Franciscus Rasinus de Bolis F.F.

 Raynaldi

Famiglia localizzata in contrada Campagnone (Chapagniono) nel Cinquecento.

Rota

All’inizio del Quattrocento distinguiamo tre famiglie Rota in Valsecca, tutte tre con delle evidenti radici in Rota Fuori, tutte tre hanno anche la particolarità di essere stabilite nelle contrade le più alte di Valsecca: Cornello, Quada e Capizzoli.

La prima che chiameremo i Rota “Ruggeri” al Cornello. Roggero o Ruggero, non fu un soprannome ma fu un secolo il nome che si succede generazione dopo generazione in questo casato. La stessa cosa fu per la seconda famiglia: Rota “Lafranchi-Filippi” stabilita alla Quada, queste due famiglie sono dette Guarinoni di Rota. La terza fu quella dei Bugada, già citata inizio del capitolo, originalmente chiamata Brignoli di Rota. Dunque Guarinoni e Brignoli sono antichissime famiglie oriunde di Rota Fuori, che hanno lasciato il nome a due contrade l’una vicino l’altra: Caguarinone e Cabrignoli.

Dei Rota della Quada non ci sono cambiamenti notevole nei luoghi, nel Seicento appare il soprannome dei detti Moletta. In cambio quelli del Cornello, certamente più prolifici, si spostano e vediamo i soprannomi cambiare. Nel Cinquecento una famiglia dal Cornello si sposta a Capizzoli, con loro appare il soprannome dei Bernardelli, poi i discendenti li ritroveremo a Càrevi Inferiore, insieme ad altri della loro parentela chiamati Chiechino (o Chiechetti). Dal Cornello un ramo si sposta a Camozzo, saranno i cosiddetti Siletti (Sili-Sil), poi chiamati Bendoni nel Settecento. Di quelli rimasti al Cornello conosciamo dalla metà del Seicento il soprannome dei detti Capeletti.

Dei Rota de Bernardelli di Càrevi conosciamo Antonio nato all’inizio del 1600 e detto corsiero (o corriero) su gli atti battesimali o certi documenti notarili, però non è uscito niente di più sul suo mestiere nei tantissimi rogiti consultati da noi. Sarà suo figlio poi suo nipotino che richiamano la nostra attenzione: i due notai Antonio Rota.

Antonio Rota nato nel 1641, ci lascia un interessante documento datato 1701[49]. Ci sono delle tensioni tra Venezia e il ducato Milanese al punto che il Podestà di Bergamo temeva un invasione del territorio a partire della Passata. Il rogito è un resoconto di un assemblea dei vicini, capi di famiglia di Valsecca. É riunito sulla piazza appresso alla chiesa di San Marco in pubblico e Generale Consiglio l’imponente numero di 61 uomini a fine di eleggere un Capitano direttore e difensore di questo Comune per le vergenze che soprastanno massime in queste contingenze di guerra e per la difesa di questo Comune e Patria …

Viene proposto ed eletto il Sig. Giovanni Maria f.q. Sig. Carlo Moscheni come Capitano.

Poi per Capitano-tenente il Sig. Pietro f.q. Silvestro Todeschini, per Alfiere il Sig. Giovanni Battista Moscheni, notaio. Per sergente Martino Bottana, per caporali Lorenzo Manzoni, Carlo Todeschini, Letanzio Moscheni, Bernardo Belli. E per Governatore di tutta la Compagnia, me Antonio Rota nodaro e in mancanza di me Antonio mio figliolo.

Questi incarichi militari non avvengano per caso, corrispondono ad una volontà dei vertici dell’amministrazione cittadina, Lo stesso giorno, 25 settembre, viene eletto capo della milizia Giulio q. Gaspare Locarini in Locatello all’unanimità dei 26 votanti, quattro giorni prima, il 21, la stessa elezione era avvenuta in Corna[50].

Una figura particolare fu quella di suo figlio, omonimo di suo padre Antonio anche lui notaio. Il figlio chiamato il Giovane, dagli archivisti, per distinguere del padre detto il Vecchio. Tra loro due abbiamo 76 anni d’archivi, 40 anni d’attività per il padre e 59 per il figlio! Al Giovane piace disertare e diversi testamenti rogati da lui comportano qualche versetto della Bibbia, ad esempio il testamento[51] di Giovanni Belli nel 1722, il rogito inizia così:

In Nomine Jesu Christi, ac S.S. cius Genetricis Maria semper virginis, quibus sit semper laus, onor et gloria, amen.

Il pazientissimo Giobbe[52] al decimo quarto, si avvisa che il vivere dell’uomo e breve, e colmo di tutte le miserie. Homo natus de muliere, brevi vivens tempore, repletur multis miseriis rassomiglia pure la vita umana ad un fiore, che spunta coll’aurora del giorno, bello, odorifero et soave et con il tramontar del sole svanisse, qui quasi flos egreditur, et arescit, et fugit velut umbra eodem statu permanet, perché si more infanti, si more giovanetto, adolescenti, si more in età virile, si more adulti, et nunqua in eodem statu. Verissimo e che statutus est semel’mori, ma non si sa né il dove, ne li quando, solus certum est quia moricis morir bisogna, però è colpo da sapiente prevenire la morte prima che lei prevenga, quia melius est prevenire, quam prevenirri.

Il detto notaio assume diverse cariche, nel 1736 era Cancelliere Generale della Valle più Deputato dall’Ecc. Consiglio di Venezia alla facitura dei conti che si fanno ogn’anno al Tesoriere Gen. della Valle quando si dimette di un terzo incarico: Tesoriere del comune di Valsecca.

Scutelli

Circa nel1630-40 l’appellativo sarà abbandonato a favore di Moscheni; per qualche decennio c’è un po’ di confusione negli atti notarili, a volta un tale è nominato Scutelli, poi da un altro notaio chiamato Moscheni.

Abbiamo rilevato una situazione familiare un po’ particolare che rivela infatti l’enorme mortalità delle donne, soprattutto durante il parto e nei giorni seguenti. Il rogito concerne Martino figlio di Giovanni Maria Scutelli de Moscheni, nato circa nel 1590, fa testamento il 9 settembre 1663[53]. Ha sette figli maschi, il maggiore Giovanni Maria vive separato dal padre già da 23 anni, il padre gli lascia una casa al Prabutè di Sant’Omobono. Sono due i fratelli di Giovanni Maria: Giovanni Battista e Giovanni Antonio concepiti con la prima moglie, Santa. Poi vengono Letanzio, Pietro e Giovanni Giuseppe nati da Cecilia la terza moglie, una quarta moglie sarà madre di Carlo Ambrogio, sono citate nel testamento altre sei figlie.

Giovanni Maria nipotino del testatore Martino sopracitato porta unicamente il cognome Moscheni è viene eletto, l’anno 1701, Capitano delle guardie per il comune di Valsecca (vedere capitolo della famiglia Rota).

Sibella

Questo casato discende dai Valsecchi, sopranominati Brioli, localizzati in contrada Camozzo a metà del Quattrocento. Bertramo detto Briolo figlio del fu Bonetto de Valsecchi appare come testimone[54] l’anno 1460. Dieci anni dopo troviamo i tre fratelli Antonio[55], Bonetto[56] e Pietro figli del detto Bertramo (deceduto) Brioli de Valsecchi. Infine questi tre fratelli sono detti figli di donna Sibella[57] figlia del fu Cresini de Manzoni, moglie del fu Bertramo olim Bonetto de Valsecchi.

Sarà Pietro il terzo dei fratelli sopracitati a confermare[58] che il nome Sibella di sua madre diventa un nuovo soprannome che poi sarà cognome. Da lui discendano i Sibella da noi ancora oggi conosciuti in Valsecca e Rota. Nel Seicento sono localizzati in contrada Cà. Giacomo Sibella, che abita a Cazanoglio, nel 1777 compra la metà del mulino e torchio della Foppa da Giovanni Battista Moscheni, per rivenderla 11 anni dopo a Paolo Barabani.

Todeschini

Il soprannome Todesco si ritrova in numerose famiglie nel Quattrocento, ma le famiglie di cognome Todeschini di Valsecca discendano dai Moscheni. A questo proposito è utile ricordare un precedente studio sul notaio Giovanni Giacomo Moscheni-Zanucchini, nel quale abbiamo citati i nobili Moscheni, originari di Valsecca, marchesi di Bergamasco e consignori di Castenuovo (Bormida). Il capostipite di questa famiglia sarebbe Tonolo figlio di Giovanni che fece testamento l’anno 1505; suo figlio Simone è soprannominato Todeschini (citato tra 1479 e 1496) stabilito in Cascutelli.

Più o meno nella stessa epoca vive Zuane Todescho de Moscheni citato nell’Estimo del 1476. Qualche decenni dopo appare il primo soprannome: Gazolo, poi i cosiddetti Potria, alla metà del Cinquecento viene il ramo dei Codoni in Cafarina, infine nel Seicento troviamo i detti Burini.

 Tonoli de Moscheni

Appaino nella prima metà del Cinquecento e abitano in Cascutelli. Anche con questo patronimico abbiamo un esempio della complessità degli appellativi nella formazione dei cognomi, troviamo un certo Barono figlio di Giovanni Maria Zanini Tonoli tra i capi di famiglia in Valsecca l’anno 1569, poi lo vediamo nominato Barono Scudella nel 1575[59] per la visita detta di San Carlo Borromeo.

Valsecchi

Come i Rota, Mazzoleni o Locatelli, i Valsecchi hanno preso il nome del loro paese.

Lo storico Giuseppe E. Mozzi[60] rileva un certo Boni de Valsecchi de Valdimania l’anno 1427[61] nel libro Talea Civitatis al foglio n.48 in vicinia di San Michele de Puteo Albo (pozzo Bianco). Arriviamo adesso all’ascendenza errata rilevata per i nobili Daina (vedere paragrafo sulla famiglia). Negli archivi del notaio Zampaila[62] di Bergamo, anno 1427, troviamo un piccolo foglietto inserito nel registro tra i fogli 281 e 282 che attira la nostra attenzione con la scritta: 1427: 29 9bre atti Betino Zampaila – Bertramus S. q.m Zanni de Valsiccis de Valle Imania habitator vicinia S.to Andrea – 1787: 9 Maggio estratto pateat. Quella nota dimostra una ricerca fatta alla fine del secolo XVIII con lo scopo di dimostrare la presenza dei Valsecchi di Valle Imagna in città già nel secolo XV, probabilmente per ottenere “l’antica cittadinanza di Bergamo”, infatti in quel rogito appare Bertrami de Valdimania come tutore degli eredi del fu Simone Bresciani, in Bergamo. Un altro rogito del 6 febbraio 1430[63] vede lo stesso Bertramo de Valsecchi, sarto, testimone con suo figlio Giovanni sempre in contrada di S. Andrea. Numerosi rogiti della seconda metà del secolo XV descrivono i discendenti del sopracitato Bertramo stabiliti in contrada Cornasello, ma sempre nominati Valsichis de Valdimania con la menzione: civis Pergami, cioè cittadini di Bergamo.

Sul comune di Valsecca quello ad oggi che appare come il più anziano conosciuto di questo casato sarebbe Simone detto Ventaya de Valsecchi, nato circa nel 1380, padre di Bertramo e Zanini, quest’ultimo appare sull’Estimo del 1476, battilana che abita alla  Quada.

Ricordiamo il frammento di un rogito notarile, senza data, firmato dal notaio Zanotus Marcheti de Valsecchis, che stimiamo della fine del Trecento o inizio Quattrocento, questo Marchetto padre di Zanotto sarebbe il più anziano antenato conosciuto oggi dei Daina.

Le ultime tracce del casato Valsecchi, che abita a Valsecca, sono sull’Estimo del 1506: Martino detto Cubelli de Valsecchi stimato Lire 1015, Giovanni f.q. Simone detto Todeschi de Valsecchi che abita a Camozzo, stimato Lire 647 e Simone figlio di Zanino detto Ventaya de Valsecchi della Fraccia, stimato Lire 90.

Peste del 1630

Lorenzo Ghirardelli (1600-1641)[64] cancelliere dell’Ufficio alla Sanità nel periodo del contagio (1630-1631) che sconvolge la bergamasca, ma particolarmente la valle Imagna, in una macabra contabilità ci rivela che Valsecca fu il meno colpito dall’epidemia dell’insieme dei comuni della valle. Sono 40 morti, “solo”, se possiamo dire, il 9% della popolazione, quando sono 98 in Rota Dentro, cioè 70% degli abitanti, Rota Fuori: 208, il 66%. Questi vuoti nei paesini della valle genereranno lo spostamento di numerose famiglie.In una ventina d’anni dopo il contagio vediamo numerose famiglie di Valsecca colonizzare gli spazi liberati.

Bartolomeo Baracchi si stabilisce in Bedulita, circa nel 1645.

Bartolomeo Bugada in Locatello circa nel 1648, Pietro Bugada in Rota Fuori circa nel 1652.

Stefano Cornali in Locatello circa nel 1645.

Cristoforo Daina alla Torre di Rota Fuori circa nel 1645.

Sebastiano e Andrea Gritti in Rota Dentro circa nel 1633.

Francesco Mazzoleni in Bedulita circa nel 1637 e suo fratello Giovanni Maria in Locatello circa nel 1640.

Martino Scudelle in Rota Fuori circa nel 1632.

Giovanni Battista Sibella in Bedulita circa nel 1635.

I fratelli Giovanni Maria e Rocco Todeschini in Berbenno circa nel 1655.

Sul significato del toponimo Valsecca 

Dizionario di toponomastica bergamasca e cremonese – Pierino Boselli – 1990 – Biblioteca dell’Archivum Romanicum. Secca e secco derivano dal latino siccus e si riferiscono alla natura del terreno. Difatti, terreni asciutti, arsi, aridi, abbruciati, a brugo, sono presenti non solo in zone percorse da corsi d’acqua, ma addirittura lungo i fiumi. Valsacco (monte presso Castione della Presolana), nella seconda parte del nome si legge la voce sacco, che in toponomastica ha i significati di “insenatura di corso d’acqua” e di “via o valle senza uscita”. Il monte avrà preso il nome da una “valle senza uscita”.

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[1] Il Monastero Vallombrosano del Santo Sepolcro di Astino in Bergamo – Maddalena Fachinetti Maggi e Vincenzo Marchetti – Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Bergamo – Fonti 4 – 2013.

[2] Cittadino d’Asti, al governo d’Astino per 31 anni (1128-1158).

[3] Cittadino veronese, abate per 27 anni (1159-1185).

[4] BCM – Pergamene – n.1336, 1536, 1515, 680, 1542, 578, 659.

[5] Sono citati ugualmente gli eredi di Zambelli Butene, anche Vitalis Butene

[6] Sopra l’attuale agriturismo Scuderia della Valle.

[7] Rotolum Episcopatus Bergomi, 1258 – Foglio n.37 – Archivio della Curia Vescovile di BG – Trascrizione a cura di Don Angelo Rota, pubblicata da Enrico Pezzoli.

[8] Già a metà del Trecento valsicca e gromanzono pagano Lire tre alla Pieve di Almenno di rendita annuale, tra le terre sottomesse al censo c’è prato butene – Madonna de Castello, Almenno – La Pieve – Paolo Manzoni, 2006, pagine 162 e 170. In Rotolum Decimarum Leminis – 1353 (Arch. Parr. Almenno S.S.).

[9] BCM – Estimi – 117, class. 1.2.16 – 116 – Valsecca 1476

[10] A partire del 1637 Falghera farà parte di Mazzoleni.

[11] Come vedremmo più avanti Zuane (Giovanni) è figlio del notaio Zanotto Valsichis.

[12] Guglielmo Rosetto de Zambelli Rota figlio di Manzino, proprietario a Bergamo in S.Michele al Pozzo, nel borgo di S.Andrea, fa testamento nell’anno 1504, dove lega al convento di S.Agostino di Bergamo un fitto perpetuo di Lire 30 imperiali annuali per una messa quotidiana al suo altare dedicato a S. Giovanni Battista (poi diventato S. Giuseppe de’ Falegnami), costruito a spese sue l’anno 1500 nella chiesa di S.Agostino. Il fitto annuale fu affrancato per la somma di Lire 800 nell’anno 1530, dalla moglie Ludovica Tasso e nipoti, con la vendita di due terreni in Bagnatica. Generalmente le famiglie Zabelli, arricchite, nobilitate, stabilite in varie città venete, abbandoneranno il loro patronimico originale conservando soltanto “Rota” di cognome, legati nel bergamasco per matrimonio con i più grandi casati come i Tassi, Bagnati, Calepio. In: Società, cultura, luoghi al tempo di Ambrogio da Calepio – Ateneo di Scienze, L. e A. di Bergamo – G.Petrò, p.174 – In ASB: “Indice de’ libri, e scritture dell’archivio del V. Convento di Sant’Agostino di Bergamo”.

[13] Figlio di Antonio, mercante stabilito in Bergamo, borgo Sant’Antonio, ottiene la cittadinanza l’anno 1476. Appare soprattutto sull’Estimo di Locatello sempre nell’anno 1476, lì sono tantissimi quelli indebitati verso di Lui.

[14] BCM – Estimi – 1448, estimo 14 class. 1.2.16 – 14. Vicinia di Sant’Alessandro della Croce.

[15] Non abbiamo le superfici di 25 di questi appezzamenti di terra.

[16] Battilana, lavorante la lana, mercante di pannilana e sarti.

[17] Cazularo, fusaro, bisolaro, scudelaro, maestri de: cazuli, cugari, bisoli, scudelli.

[18] BCM – Estimi – 130 class. 1.2.16 – 129 – Valle Imagna 1506, sola sponda destra dell’Imagna.

[19] ASB – Archivio notarile – Notaio Tonolo Rota, filza n.390, atto n.197.

[20] ASB – Archivio notarile – Notaio Tonolo Rota, filza n.390.

[21] ASB – Archivio notarile – Notaio Giovanni Moscheni-Zanucchini, filza n.860, rogito n.225.

[22] ASB – Archivio notarile – Notaio G.G. Moscheni-Zanucchini, filza n.1740.

[23] ASB – archivio notarile – not. Francesco Rota-Chiarellis filza 6730, atto n.266 del 26 febbraio 1689.

[24] ASB – Archivio notarile – filza n.7633, n.8.

[25] ASB – Archivio notarile – Notaio Francesco Quarenghi.

[26] In quell’epoca un Filippo vale Lire 11:2.

[27] Antichità Bergamasche in BCM

[28] ASB – Archivio notarile – Notaio Tonolo Rota, f.390.

[29] Abitavano la contrada omonima Cabrignoli di Rota Fuori. Secondo Antonio Tiraboschi Brignòl o Spi brignòl è una parola tipica della valle Imagna designando le piccole prune salvatiche, Brögnì, Sösina. In: Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni – Bergamo 1873.

Brignùl: brugnolo. Ab. G.B. Angelini – Vocabolario Bergamasco Italiano Latino.

[30] Frér = fabbro ferraio.

[31] ASB – Archivio notarile – Notaio G.G. Moscheni-Zanucchini, filza 1737, il martedì 9 ottobre 1537, dividano Stefano q. Castelli Cassinelli de Manzoni da una parte e Silvestro q. Michele olim il sopradetto Castello.

[32] Casì: vaccaro, guardiano delle vacche (v. Brembana S.).

[33] ASB – Archivio notarile – Notaio Rota Antonio, il Vecchio, filza 7632, n.30, il 17 aprile 1693.

[34] Questo Bertramo, sarto, è figlio di Zanni, detto de Valsecchi de Valdimania, abitando (1427) Bergamo nella vicinia di Sant’Andrea.

[35] Questo frammento di carta serve di copertina alla rilegatura di un registro del notaio Giovanni Moscheni-Zanucchini, filza n. 859 (anni 1481-1500)

[36] In particolare un rogito notarile del giugno 1471 nel quale appare come testimonio Giovanni detto Dayna f.q. Ser Zanoti not. de Valsecchi, l’abbreviazione “not.” per notaio.

[37] Nato a Valsecca il 28 giugno 1630, figlio di Cristoforo della Frata (Fraccia) e di Lucia figlia di Bernardo Rota detto Goioni de Càrevi.

[38] Nato a Valsecca il primo dicembre 1638.

[39] ASB – Archivio notarile – Notaio Rota Antonio, Giovane, filza 7609.

[40] ASB – Archivio notarile – Notaio Rota Antonio, il Vecchio, filza n.7634, atto n.30.

[41] Nei numerosi contratti trovati negli archivi del notaio Francesco Quarenghi di Rota Fuori (nonno del famoso architetto Giacomo), per la fornitura di carbone (di legna) fanno vedere dei prezzi molto variabili. Supponiamo che i sacchi fossero sempre della stessa misura, dunque dello stesso volume, tuttavia si capisce che le cose non erano del tutto semplici: un contratto del 1723 precisa che il sacco doveva fare pesi 18 di pesa di Bergamo (un peso = 0,81 kg, dunque un sacco doveva pesare all’incirca 14,58 kili)

Nel 1721, il sacco è venduto L. 3 (per la fornitura di sacchi 39, è precisato: con legna di faggio)

Nel 1723, il sacco è venduto L. 2:15 (per la fornitura di sacchi 100)

Nel 1728, il sacco è venduto L. 4:06 (per la fornitura di sacchi 57)

Nel 1729, il carbone è venduto soldi 6 e mezzo al peso. (circa L. 5:15 il sacco, è precisato, in quest’ultimo caso, che il carbonaio deve consegnare i sacchi fino Rota Dentro).

[42] ASB – Archivio notarile – Notaio Rota Antonio, il Vecchio, filza n.7633, n.10, il lunedì 8 febbraio 1700.

[43] Rotolum Episcopatus Bergomi, 1258 – Foglio n.37 – Archivio della Curia Vescovile di BG – Trascrizione a cura di Don Angelo Rota, pubblicata da Enrico Pezzoli.

[44] G.E.Mozzi nella sua Antichità Bergamasche segna i fratelli Bertrame e Venturino figli del fu Zinini de Scudelari de Valdimania, siamo l’anno 1386.

[45] ASB – Archivio notarile – Notaio Gio. Giacomo Moscheni-Zanucchini, testamento del 7 settembre 1537, di Bertrame fu Antonio Todeschini di Valsecca.

[46] BCM – Collezione pergamene, n.948.

[47] ASB – Archivio notarile – filza n.3211.

[48] ASB – Archivio notarile – notaio Francesco Moscheni, f.5386, n.45, il 28 maggio 1706.

[49] ASB – Archivio notarile – Notaio Antonio Rota il Vecchio, f.7633, n.26, della domenica 25 settembre 1701.

[50] ASB – Archivio notarile – Notaio Antonio Gervasoni, filza n. 6045, atto del 21 settembre 1701. Giuseppe f.q. Marcantonio Berizzi della Roncaglia di Corna viene eletto capo incaricato di ricevere e custodire i munizioni da guerra dalli aspettabili Antiani dell’Vall’Imania, et quelle distribuire à huomini di detti Comuni, quali saranno eletti, et conosciuti habili, al qual capo che resterà eletto doveranno anco obbedire in ogni occorenza per defendersi dalle scorerie delle Armate Tedesche et Francese, come anco in caso di passaggio, ad accompagnar le militie delle Armate sud.e per la nostra Valle, et Confini (…) ricevere li ordine dall’Illu.mo Sig. Dottor Olmo Capo Generale della med.ma Vall’Imania.

Per il Comune di Corna, furono proposti alla detta carica di capo degli uomini d’armi, Giovanni Locatelli q. Giacomo, Bernardo Locatelli, Giuseppe Locatelli q. Francesco, Morando Berizzi e Giuseppe Gnecchi q. Carlo. Viene dunque eletto il detto Giuseppe Berizzi con voti favorevoli n.21 e contrari n.8.

Sullo stesso tema il notaio Giovanni Battista Gervasoni riporta nelle sue filze (n.8760) la nomina delle guardie che devono sorvegliare la frontiera al confine di Rota Dentro, siamo nel 1714, sono convocati gli uomini tra i 18 e 60 anni. Per il comune di Locatello un calendario prevede sei giorni di guardia tra il 7 e il 12 del mese di marzo; due squadre di quattro uomini sono previste ai caselei del Chignolo e l’altro in valle Vanzarolo, alla testa di questi uomini è nominato il sopraddetto Giuseppe Berizzi.

[51] ASB – Archivio notarile – Notaio Antonio Rota il Giovane, f.7608, n.36, il 10 marzo 1722.

[52] Giobbe 14, 1-12 – L’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma. Tu, sopra un tal essere tieni aperti i tuoi occhi e lo chiami a giudizio presso di te? Chi può trarre il puro dall’immondo? Nessuno. Se i suoi giorni sono contati, se il numero dei suoi mesi dipende da te, se hai fissato un termine che non può oltrepassare, distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finché abbia compiuto, come un salariato, la sua giornata! Poiché anche per l’albero c’è speranza: se viene tagliato, ancora ributta e i suoi germogli non cessano di crescere; se sotto terra invecchia la sua radice e al suolo muore il suo tronco, al sentore dell’acqua rigermoglia e mette rami come nuova pianta. L’uomo invece, se muore, giace inerte, quando il mortale spira, dov’è? Potranno sparire le acque del mare e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi, ma l’uomo che giace più non s’alzerà, finché durano i cieli non si sveglierà, né più si desterà dal suo sonno.

[53] ASB – Archivio notarile – Notaio Giovanni Antonio Farina-Manzoni, f.4131, n.21.

[54] ASB – Archivio notarile – Notaio Rota Tonolo, f.390.

[55] Sull’Estimo del 1476 Antonio è detto di anni 44, venditore di cazuli e cugari.

[56] Bonetto di anni 34 è battilana nel 1476.

[57] ASB – Archivio notarile – Notaio Andreolo fu Antonio Pellegrini, f.388, vol.1466-1474.

[58] Pietro Sibella abitando Camozzo è stimato Lire 405 l’anno 1506, abbiamo trovato un codicillo al nome di Pietro Sibella de Valsecca (cosi scritto nella rubrica e nella margina del rogito), poi nel testo dell’atto notarile è detto Pietro f.q. Bertramo Brioli de Valsecchi. Legando a sui figli: Bartolomeo d°Bertola, Giovanni Antonio e Sebastiano. In ASB, notaio Alberto Battista Massi Arrigoni, f.2112, anno 1525.

[59] Sindaco della Schola Corporis Christi.

[60] Antichità Bergamasche – BCM.

[61] Ci sono tracce ancora più antiche dei “Valsecchi”, ma con origine indeterminate, ad esempio, dei fratelli Martino e Pietro detti Golta figli del fu Giovanni de Valsicha che abitano a Lombardo Superiore e che fanno contratti con Ruggero f.q. Raimondo di Strozza de Valdimania, citati l’anno 1355. ASB – Archivio notarile – Notaio Simone de Pilis, f.75e.

[62] ASB – Archivio notarile – Notaio Bettino Zampaila fu Anfredino, f.130, 1426-1427, n.281.

[63] ASB – Archivio notarile – Notaio Antonio (da) Redona fu Lorenzo, f.204, n.175.

[64] Storia della peste del 1630 – Lorenzo Ghirardelli. – Archivio Storico Brembatese – 1974 / p.162

– 1918 / 2018 – Ritratto di un bersagliere

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Ritratto di un milite ignoto

 

 

Personeni Pietro Giacomo, detto Omobono

 

 Artista è soltanto

chi sa fare della soluzione un enigma

Karl Krauss, Detti e contraddetti

 

 Incastonata tra il versante destro della Valle Brembana e la terra lecchese, tra il Resegone e le pendici dell’Albenza, la Valle Imagna, già ricca di testimonianze storico artistiche alimentate dal torrente che le conferisce il nome, entra a pieno titolo tra le pagine della Grande Guerra alla quale sacrificò 356 caduti[1]. Un sacrificio enorme se si considera che la popolazione residente nel 1911 si attestava a 14.353 unità[2]. Nella piccola frazione di Mazzoleni, terra situata in un monte, una casa in qua et una in là[3], dodici soldati non fecero ritorno. Il centro storico di questo lembo di terra lombarda ricorda il loro doloroso sacrificio con un monumento marmoreo. Tra i nomi elencati nel lato destro inferiore compare quello di un soldato in apparenza sconosciuto. Chi è Omobono Personeni? Non ci sono date che lo possano collocare in un tempo preciso e solo una piccola fotografia ovale fissa la sua immagine sfuggente. Non è presente in nessuno dei registri anagrafici compilati dal Comune di Mazzoleni, relativamente alle classi di nascita che furono chiamate sui fronti della prima guerra mondiale (1874 – 1900). Di lui non v’è traccia tra i nomi che compongono l’Albo d’oro dei caduti.

Potrebbe forse essere un milite ignoto al quale fu attribuito il nome del Santo protettore della valle? E chi rappresenta il Ritratto del Bersagliere fissato dal magistrale pennello del pittore Vittorio Manini? Quel profilo attende da tempo un’attribuzione certa.

Omobono Personeni è un soldato caduto nella Grande Guerra, nativo di Mazzoleni. La memoria del suo sacrificio fu fissata dal Manini in una piccola composizione a olio: lo sguardo rivolto all’osservatore sembra cercare risposte sepolte tra le pieghe del tempo.

Il nome di Omobono e il volto ignoto del bersagliere celano quello di Pietro Giacomo Personeni. A rivelare la sua vera identità è l’accurata ricerca tra le fonti archivistiche disponibili presso l’Archivio di Stato di Bergamo e il confronto delle stesse con quelle, documentarie e iconografiche, presenti nel territorio imagnino.

La ricerca generica per cognome tra i caduti registrati sull’Albo d’oro consegna un record intestato a Personeni Pietro, di Francesco, caduto n. 44070, 9° Reggimento Bersaglieri, 6 agosto 1896. Il Registro degli Atti di Nascita, redatto dal Comune di Mazzoleni nel 1896, intestò l’atto numero 15 a Personeni Pietro Giacomo. Nel primo mattino del 6 agosto 1896 una giovane levatrice, di nome Giuseppina Bianchi, si recò presso la casa comunale per denunciarne la nascita. Aveva percorso i circa trecento metri lungo la Strada detta di Câbus che separa una delle contrade più isolate dal centro cittadino[4]. Sostituì suo padre, Francesco Giovanni Battista, che era lontano dal paese, trattenuto da lavori agricoli[5].

Francesco Personeni era originario di Capizzone e da tempo risiedeva a Rota Fuori. La madre, Elisabetta Maria Micheletti, era nata e cresciuta a Mazzoleni. Il matrimonio fu celebrato nella Parrocchia della sposa il 9 maggio 1888. Avevano rispettivamente venticinque e ventotto anni[6].

Omobono divenne il suo nome convenzionale, forse a chiedere la protezione del Santo patrono della valle dato che due anni prima sua madre aveva dato alla luce un bambino senza vita, di nome Pietro[7]. Aveva una sorella maggiore, Maria Laura, nata a Rota Fuori il 20 aprile 1893, nei pressi della contrada Cagiovita.[8] La famiglia Personeni risiedette stabilmente in Mazzoleni, presso la contrada Câbus[9].Lo Stato d’Anime della Parrocchia di S. Omobono descrive la famiglia Personeni all’altezza dell’anno 1898[10]. Nel 1904 Omobono ricevette il Sacramento della Cresima[11].

Omobono crebbe all’ombra dei faggi e dei castagni che numerosi creavano, e denotano tutt’ora, un’ampia zona boschiva alternata a un fitto paesaggio agrario costituito da vigneti, seminativi e prati permanenti produttivi. Visse i suoi primi vent’anni in una valle non facilmente accessibile, all’interno di una struttura sociale improntata alla vita agro-silvo-pastorale[12].

Il 31 gennaio 1914 il Comune di Mazzoleni chiudeva la Lista di Leva dei giovani nati nel 1896. Pietro Giacomo fu arruolato in seconda categoria perchè figlio unico di padre vivente[13]. Aveva appreso il mestiere di muratore e non si era ancora sposato. Fu inserito nel 9° Reggimento Bersaglieri.

L’estate seguente avrebbe portato venti di guerra: la Grande Guerra, iniziata  il 28 luglio 1914, trascinò l’Europa in uno degli scontri più sanguinosi della storia umana.

Il 24 maggio del 1915 l’Italia entrava nel conflitto, al quale avrebbe sacrificato un’intera generazione. L’anno seguente Omobono fu chiamato alle armi e arruolato arruolato nel 9° Reggimento Bersaglieri. Era il 10 marzo del 1916. Non aveva ancora vent’anni quando giunse in territorio dichiarato in stato di guerra con i compagni del 4° Reggimento[14].

I documenti non riportano altri particolari: non si conoscono le cause e il tempo della prigionia. Non sappiamo se fu protagonista di un assalto o se si apprestava a conquistare una cima ambita. Verosimilmente fu catturato in seguito alla ritirata di Caporetto, che consegnò nelle mani dell’Austria circa 350.000 prigionieri. Se molti caduti si distinsero come protagonisti di azioni militari, i prigionieri conobbero un destino tragico: se sul fronte si moriva per ferite, traumi e infezioni, nei campi di prigionia molti morirono di fame, stenti e malattie. Tutti furono ugualmente accomunati dall’essere inseriti nell’immane tragedia che fu la Grande Guerra.

Il bersagliere Omobono passò ai vivi in territorio straniero, il 21 maggio del 1918. Si spense per enterite cronica all’Ospedale di riserva di Reichmann[15].

Fu sepolto il giorno dopo nel Cimitero Internazionale di Amras, nei pressi di Innsbruck, alla tomba F/25. Un lungo elenco riporta i nomi dei prigionieri italiani sepolti nei campi di prigionia oltre confine, allegato a un argomento ancora tutto da approfondire[16]. Le circostanze della sua morte furono riportate nell’Atto di morte, registrato presso il Comune di Mazzoleni nel 1920.

 Il 4 novembre del 1919 la Commissione Onoranze ai Caduti in Guerra, costituita all’interno del Comitato provinciale bergamasco pro liberati e liberatori, invia ai Sindaci della provincia una circolare per raccogliere le fotografie dei gloriosi caduti, corredate da brevi cenni biografici, notizie che saranno raccolte in un album per onorare la sacra memoria dei bergamaschi che hanno eroicamente sacrificato la loro vita[17]. Il Comune di Mazzoleni rispose indicando i dati anagrafici del soldato Personeni Omobono.

Ritratto di un milite ignoto.

Personeni Pietro Giacomo

Scheda: Ritratto del bersagliere Omobono Personeni – Olio su tela – 29 x 31,8 – Collezione privata

Se il nome sembrava inizialmente sfuggire, lo stesso non si può dire per la sua immagine, composta dal pittore Vittorio Manini[18].

Originario di Mazzoleni, classe 1888, Manini rispose alla chiamata alle armi nell’anno 1890 perchè studente. Figlio di un fornaio, intraprese gli studi artistici all’Accademia Carrara, guidato da Ponziano Loverini[19]. Nel 1911 si trasferì  a Roma dove ebbe modo di confrontarsi con le correnti pittoriche più innovativa del tempo, soprattutto col Divisionismo. Nel 1915 la chiamata alle armi interruppe bruscamente la sua promettente carrirea. Assegnato al Battaglione dirigibilisti, a differenza dei Omobono, fece ritorno a casa. L’esperienza della guerra lo segnò profondamente, anche a causa della morte del fratello Agostino[20].

Durante la permanenza sul fronte compose numerose e suggestive scene di vita militare: ritratti a matita, schizzi a carboncino, paesaggi acquerellati, scene di vita sul fronte riprodotte su cartoline postali[21]. La raccolta è oggi custodita in collezione privata dagli eredi.

Manini rese omaggio a uno dei caduti della sua terra componendo il Ritratto del Bersagliere, una delle sue opere meno conosciute. Quasi certamente il ritratto fu commissionato dalla mamma di Omobono, Maria Micheletti: all’opera è infatti acclusa una fotografia, formato “carte de visite”[22], scattata al bersagliere durante il servizio militare. Da questa ripresa Manini compose il ritratto.

L’opera non è firmata. Confluì nella collezione incamerata dalla figlia Pina in seguito alla morte del pittore. Il confronto con la foto di Omobono Personeni, posta nel monumento ai caduti, consentì in seguito l’individuazione del soggetto.

Vittorio Manini si spense a Bergamo nel 1974. Nella sua corposa produzione pittorica sono spesso individuabili immagini, visioni e suggestioni della Valle Imagna, alla quale rimase sempre profondamente legato.

Personeni Pietro Giacomo, detto Omobono, di Pietro e Micheletti Maria

Mazzoleni, 6 agosto 1896 – Reichmann,  Ospedale di riserva, 21 maggio del 1918.

Operaio, celibe – 9° Reggimento Bersaglieri.

Sepolto nel Cimitero Internazionale di Amras, nei pressi di Innsbruck.

La ricostruzione della storia di questo sconosciuto bersagliere, originario di un piccolo lembo di terra lombarda altrettanto poco nota, serve a proiettare la storia degli uomini nel teatro dei grandi avvenimenti del passato.

È trascorso un secolo dal primo conflitto mondiale. Non è ancora possibile definire con certezza le perdite umane di una delle più grandi tragedie dell’umanità. Negli anni che seguirono, emersero i dati di un’ecatombe senza precedenti: tra i 15 e i 17 milioni di morti, calcolando vittime militari e civili, più di 21 milioni di feriti e mutilati, un numero incalcolabile di prigionieri. L’Italia contò più di 1milione di morti, circa 1 milione di feriti, 600. 000 prigionieri.

In questa drammatica statistica si inserisce oggi a pieno titotolo anche il nome, finalmente certo, di Pietro Giacomo Personeni. La ricerca ne ha restituito anche il volto, dando pienezza al suo profilo.

La sua vicenda riassume molti capitoli della Grande Guerra: partì tra i giovanissimi, combattè sul fronte, fu catturato e morì in terra straniera. Di molti soldati che partirono a cavallo dei suoi giorni non si seppe più nulla, o poco più che una comunicazione riportata su breve dispaccio. Numerosi sono i dispersi, condannati, sepolti negli ossari o in tombe con un’anonima croce: di loro non si hanno notizie certe da ormai un secolo.

Oggi il volto del bersagliere torna a volgere lo sguardo a una memoria finalmente resa. Percorrendo il corso del fiume Imagna, fino alle pendici del Resegone, continueremo a cercare Omobono, bersagliere di Mazzoleni, e finalmente lo riconosceremo.

Testo redatto da Laura Businaro (Archivio di Stato di Bergamo)

 

Ringraziamenti:

Robert Invernizzi e Aquilino Rota (Rota Imagna)

Loretta Maestrini e Pina Manini (famiglia del pittore Vittore Manini)

Giovanni Locatelli e Caterina Olivari (Comune di Rota Imagna)

Claudia Musto (Biblioteca Civica Angelo Mai)

—o—

[1] L’Albo d’oro dei caduti lombardi della Grande Guerra (www.albodorolombardia.it) conta 80.108 nominativi di lombardi caduti, dispersi o scomparsi ascrivibili alla prima guerra mondiale. La ricerca dei record, relativamente ai militi nati nei Comuni compresi oggi nella Comunità Montana della Valle Imagna ha fornito i seguenti dati: Almenno San Bartolomeo (46), Almenno San Salvatore (41), Bedulita (16), Berbenno (51), Brumano (7), Capizzone (17), Caprino (24), Corna Imagna (/), Costa Imagna (/), Fuipiano, Locatello (30), Roncola (12), Mazzoleni e Falghera (12), Palazzago (49), Rota Dentro (2), Rota Fuori (20), Strozza (15), Valsecca (14).

Si veda inoltre A. Invernici (a cura di), Caduti e dispersi. Notizie tratte dai documenti militari ufficiali sui soldati di Sant’Omobono Terme nelle guerre del Novecento, s.l., Centro studi Valle Imagna, 2004.

[2] F. Sinatti D’Amico, L. Pagani, A. Baronio, Valle Imagna, Bergamo, Bolis, 1982, p. 81.

[3] Da Lezze, [a cura di] V. Marchetti e L. Pagani, Descrizione di Bergamo e suo territorio 1596, Bergamo, Provincia di Bergamo, 1988, p. 233.

[4] Archivio di Stato di Bergamo (ASBg), Elenco delle Strade nazionali, provinciali, comunali e vicinali Comune di Mazzoleni, fascicolo compreso in Catasto Lombardo Veneto, Tavole di classamento, cartella n. 157, fasc. n. 13.

[5] ASBg, Archivio storico del Tribunale di Bergamo, Stato Civile, Comune di Mazzoleni, Registro degli Atti di Nascita, 1896, atto n. 15.

[6] ASBg, Archivio storico del Tribunale di Bergamo, Stato Civile, Comune di Mazzoleni, Registro degli Atti di Matrimonio, 1888, atto n. 5.

[7] ASBg, Archivio storico del Tribunale di Bergamo, Stato civile, Comune di Mazzoleni, Registro degli Atti di Nascita, 1894, atto n. 13.

[8] ASBg, Archivio storico del Tribunale di Bergamo, Stato civile, Comune di Rota Fuori, Registro degli Atti di Nascita, 1893, atto n. 6.

[9] ASBg, Catasto Napoleonico (1812) e Catasto Lombardo Veneto (1853), Mappa di Mazzoleni e Falghera.

[10] Archivio Parrocchiale di Mazzoleni (APM), Stato delle Anime, 1898.

[11] APM, Registro delle Cresime, anno 1904, n. 12.

[12] Valle Imagna, cit. p. 65.

[13] ASBg, Ufficio Provinciale di Leva, Liste di Leva, anno 1914 (classe 1896), vol. 115.

[14] ASBg, Distretto Militare di Bergamo, Ruolo matricolare, classe 1896, matricola 525.

[15] Le circostanze del decesso sono tracciate ancora una volta da due fonti documentarie diverse:

ASBg, Ruolo matricolare, cit. [25 maggio 1918].

ASBg, Archivio storico del Tribunale di Bergamo, Stato civile, Comune di Mazzoleni, Registro degli Atti di Morte, 1920, atto 1. 9, p. II.

L’Albo d’oro di caduti e l’Atto di Morte indicano come data del decesso il 21 maggio 1918.

[16] Si consulti il record intestato a Sold. PERSONENI Pietro 21.05.1918 9° Bersagl. 324,                 in: http://www.gualdograndeguerra.com/index.php/prigionieri-italiani-sepolti-nei-cimiteri-militari-allestero, ricerca a cura di Giovanni Chiarini. 2016 – Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra, Torino, Bollati Boringhieri.

[17] BIBLIOTECA CIVICA ANGELO MAI, Commissione Onoranza ai caduti 1915-1918 in Bergamo, fasc. 136, Comune di Mazzoleni.

[18] Giuseppe Vittorio Cristoforo Manini (Mazzoleni, 1888 – Bergamo 1974).

ASBg, Archivio storico del Tribunale di Bergamo, Stato civile, Comune di Mazzoleni, Registro degli Atti di Nascita, 1888, atto n. 20.

ASBg, Distretto Militare di Bergamo, Ruolo e foglio matricolare classe 1890, matricola 26056.

[19] Della corposa bibliografia si citano soltanto: E. De Pascale, Vittorio Manini, in I pittori bergamaschi dell’Ottocento, vol. IV: La generazione del Novecento, Raccolta a cura della Banca Popolare di Credito Varesino, Bergamo, Bolis, 1992, pp. 243 – 257 e F. Rea, Vittorio Manini. Un bergamasco nella Roma della Secessione, Bergamo, Grafica e Arte Bergamo, 1989.

[20] Manini Giuseppe Luigi Agostino, nato a Rota Fuori il 12 gennaio 1882. Di professione muratore, viene arruolato in Fanteria e risulta disperso nel fatto d’armi di San Giovanni di Duino il 4 giugno 1917. Fronte: Decima Battaglia dell’Isonzo. Sepolto a Redipuglia.

ASBg, Distretto Militare di Bergamo, classe 1882, matricola 12291.

ASBg, Tribunale di Bergamo, Stato Civile, Rota Fuori, Nati, 1882, atto n. 1.

[21] Mostra di guerra degli artisti combattenti e mutilati. Catalogo. Villa Reale di Monza, giugno – ottobre 1924, Milano, Terragni & Calegari, 1924.

La riproduzione digitale di alcuni elaborati della raccolta dei disegni di guerra è consultabile sul sito www.ateneogrigioverde.it. Si consulti inoltre M. Mencaroni Zoppetti, N. Invernizzi Acerbis, L. Bruni Colombi (a cura di), “Fammi memoria!”… La Grande Guerra dei bergamaschi dagli archivi di famiglia, Bergamo, Sestante Edizioni, 2014.

[22] Fu realizzata dallo Studio fotografico Camillo Ballotta, in Bologna. Conservata in collezione privata.

Famiglie BERIZZI e FROSIO – Le seriole, mulini, fucine ed altri opifici in valle Imagna

Scarica l’integralità del documento in PDF: Berizzi Frosio Mulini

 

Famiglie Berizzi e Frosio

Le seriole, mulini, fucine ed altri opifici in valle Imagna

Abbreviazioni utilizzate:

ASB = Archivio di Stato di Bergamo.

Voc. Tiraboschi = Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni, compilato da Antonio Tiraboschi – Seconda edizione – Bergamo – Fratelli Bolis, 1873.

Voc. Zappettini = Vocabolario bergamasco-italiano per ogni classe di persone e specialmente per la gioventù – ragioniere Stefano Zappettini – Bergamo tip. Pagnoncelli, 1859

Simboli utilizzati:

†1792 = deceduto l’anno 1792

°1654 = nato l’anno 1654

(1724-1768) = nato l’anno 1724, deceduto l’anno 1768

Misure di Bergamo:

Una brenta = 70,69 l – Una pertica = 662,3 mq – Una soma = 171,28 l – Un peso = 0,812 kg

 —o—

Le famiglie Berizzi e Frosio nel corso del XVII° secolo appaiano e si distinguano tra le più imprenditoriali della valle, furono mercanti e proprietari fondiari. Un altro punto comune fu la loro maestria nell’uso dell’energia idraulica: mulino, follo, fucina, hanno operato su tutti tipi di produzione. Oggi ancora, forse per poco, si vede la loro impronta nei paesaggi della valle, tra Codeghelli in Locatello e Cafrosio di Cepino, alcuni chilometri lungo il fiume, dove possiamo vedere gli opifici costruiti da loro, gestiti dalle successive generazioni, la gran parte di essi in ruderi, altri trasformati e convertiti ad altri usi. Delle seriole non rimane quasi niente, colmate dall’uomo o dalle frane, diventate inutili non sono state preservate, la natura ha ripresa i sui diritti, la vegetazione ha ricoperto indistintamente canali e edifici.

Produttori di pannilani, farine, olio, attrezzi o ferri da taglio, Berizzi e Frosio sono rappresentativi dell’energia creativa che caratterizza numerose famiglie della valle, spesso sono qualificati mercanti, termine generico che vuole dire un puo’ di tutto, rimane difficile quantificare ed elencare i prodotti del loro negozio, quelli che rinveniamo più di frequente sono: carbone di legna, fieno, tessile, bestiame e vino. Diversi indizi lasciano pensare che i fratelli Berizzi di Corna-Locatello nel corso del secolo XVII, controllassero l’intera fase di produzione e vendita dei pannilani, tra la lana grezza e la vendita del prodotto finito o semi-lavorato sulla piazza cittadina. All’esempio di Giovanni Morando Berizzi di Regorda, nel secolo XVII qualificato di mercante, forniva la lana (probabilmente anche il lino) a numerose filatrice e tessitrici della valle, come lo dimostreremo più avanti, suo fratello Giovanni Battista di Caprospero possedeva il follo e la tintoria e nello stesso periodo vedremo che Carlo, fratellastro separato, stabilito a Rota Dentro lui conciava le pelle[1]. Un inventario del 1815 rivela che nelle cantine di Cà Berizzi i vaselli, contenitori per il vino, rappresentava una capacità di produzione e di stoccaggio pare a 150 ettolitri, dunque il commercio del vino faceva parte delle numerose attività della famiglia.

A inizio Seicento sono citati Lanfranco e Bernardo Frosio che negoziano tra Ancona e Lanciano, anche loro, i Frosio, sono detti negozianti e mercanti, indubbiamente il testile entrava nel loro giro d’affare. Come tutti maggiorenti della valle, furono anche i primi segnalati a inizio Ottocento, possessori di una filanda da seta in Cepino.

Abbiamo scoperto con queste due famiglie un mondo facoltoso, almeno fino al Settecento, scoperto l’energia di un fiume che trasforma ferro, grano e lana in denaro, ma soprattutto una valle Imagna laboriosa.

Tessitura

Già nel secolo XIV la valle Imagna partecipava attivamente all’economia bergamasca, producendo il suo proprio panno di lana, il drapum valdemagnum[2], accanto la produzione del panno di Bergamo[3],  per secoli la produzione dei pannilani fu la principale attività della provincia[4], al punto di essere uno dei fattori della guerra civile nella seconda metà del Trecento, le valli volendo affrancarsi del controllo commerciale della parte del ceto mercantile cittadino.

La città propone anche a Bernabò Visconti la distruzione dei folli e delle tintorie per fare piegare le valli ribelli[5]. Interessante l’identificazione di certe famiglie della valle, il loro soprannomi derivano dei mestieri relativi alla trasformazione dei pannilani, siamo nel Cinquecento, troviamo i detti Garzaroli[6] di Locatello (garzatori), proprietari del mulino-follo di Codeghelli, che poi porteranno il cognome Locatelli o i Tintalora della famiglia Rota (tintori) di Mazzoleni, altri della famiglia dei Carminati si chiamano Imania, sono follatori, loro prendano il nome del luogo dove si svolge l’attività. Bernardo Fusari[7] di Valsecca a inizio del Cinquecento doveva fabbricare i fusi (ed altri oggetti di legno lavorati al tornio) utilizzati dalle donne della valle per lavorare la lana. Infine, non sarà neanche per caso che la parrocchia di Mazzoleni prende il nome di Sant’Omobono, cioè Tucenghi Omobono (1197) mercante laniero cremonese, patrono dei mercanti, dei lavoratori tessili e dei sarti.

Tantissime famiglie valdimagnine che le carenze alimentarie hanno spinto al movimento, si sono mosse, numerose di loro scavalcano i monti superando i confine di territorialità per trovare nuovi mezzi di sopravvivenza, altri si sono ingegnate a sfruttare le più piccole possibilità di lavoro, facendo prova di creatività. Micro-imprese si direbbe oggi, sempre casalinghe e familiari ovviamente tante di quelle rimangano allo stato artigianale, solo la tessitura rappresenterà lo stato il più avanzato di protoindustria, è per almeno tre secoli la famiglia Berizzi simboleggerà il lavoro e il saper fare in questa materia. Le prime statistiche del 1766[8] censiscano 8 telai da tela e 12 telai di panno di lana per tutta la valle Imagna[9], più precisi i numeri per gli anni 1785-1789: 1 telaio a Brumano, 1 a Locatello, 8 a Rota, 1 a S. Omobono, 4 a Bedulita e 5 a Strozza[10]. Poi nella seconda metà dell’Ottocento, con la famiglia Daina, l’avventura serica porterà al culmine l’epopea tessile, gestiscano al Prato Griso il filatoio da seta ad acqua di Ercole Daina, e alla Torre di Rota Fuori la filanda a vapore con galettiere di Riccardo Daina, alla fine del secolo questi due opifici, saranno a vapore, solo per la trattare la seta impiegando 114 persone[11] più altre 56[12] per la torcitura ed incannaggio della seta. Un po’ dopo lo stabilimento di Brancilione impiegherà 120 operai, anche loro lavorando la seta[13]. Quel periodo aureo non durerà, gli incannatoi di Corna e S. Omobono chiuderanno entro il 1913[14].

 Operosa Valdimagna

Ogni epoca è diversa ma vediamo, anno dopo anno, un ciclo ripetitivo, stagionale, immutabile, che lascia sempre una sensazione triste e dolorosa, dove taglia-pietre e carbonai partano della valle per esercitare la loro arte, semplici contadini che diventano boscaioli o muratori seconda la stagione, ma spesso le nostre “rondini”, hanno solo la forza delle loro braccia da vendere e la parole stessa braccianti qualifica e svalorizza questo non-mestiere.

Altri, e sono tantissimi anche loro, hanno botteghe e negozi in tutto il nord Italia da Novara a Venezia, ma pochi di questi ritornano al paese.

Per ribadire il difficoltoso stato della valle nel 1766[15] non ci sono nessuno carrettiere in valle…ovvio, non ci sono strade carrabili[16]! Ma i mulattieri e cavalcanti sono 32 con 77 muli, finalmente dei numeri record per la valle[17], ma non dimostrano soltanto il ritardo nelle infrastrutture viarie. Dicevamo dei braccianti? Nelle nostre statistiche sono gentilmente qualificati come lavoranti di campagna, altro record, sono 2715 in valle nel 1766[18]

Altri lavorano sempre il loro pezzo di terra ma hanno un’attività più sedentaria sono fabbri, tornitori, sarti, calzolai, ombrellai, fabbricano prodotti distribuiti da mercaioli e polivendoli in tutto il nord Italia, i Frosio di Cepino e Selino nel corso del secolo XIX si distinguano particolarmente come mercanti ambulanti.

Poi un raio di sole appare con altre statistiche, numeri un po’ rassicuranti che lasciano intravedere un volto diverso per la valle, siamo ad inizio Ottocento e l’amministrazione napoleonica ha almeno la particolarità di essere efficace, tra catasto e indagine statistiche ci ha lasciato documenti che mettano in luce certi aspetti del tessuto artigianale dell’epoca, vediamo a Bedulita nel luogo detto Fornace tre[19] fabbriche di mattoni gestite dai Pellegrini[20], a Berbenno località Valle del Campo, Bettinelli[21] Gio. Battista q. Giuseppe, fa l’armaiolo. Altra fornace[22] a Carosso di Rota Fuori di Luigi Mazzucotelli e Pasquale Berizzi. A Valsecca il numero delle persone (artigiani e operai) vivendo di professioni meccaniche, per l’essenziale sarebbe i lavoratori nelle fucine, sono 100, il piccolo Comune di Cepino ne conta 20 (nei grossi paesi come Almenno e Palazzago sono solo 26). Poi nella seconda metà del secolo appare nella contrada, all’epoca ancora di Rota Fuori, località Cimagnola: la fornace da mattoni e calce di Giuseppe Locatelli, oggi ancora il luogo porta il nome di Fornace. Sempre a Rota si contano 40 tornitori e 2 fabbriche di pasta da minestra. Troviamo a Capizzone una fabbrica di mobili con 12 operai, a Locatello una fabbrica di spirito, considerata come industria che dà lavoro a una sola persona! A Valsecca sono censiti 32 tornitori casalinghi[23].

Mutui e indebitamento

Nello spoglio degli archivi dei notai della valle i contratti di mutui saltano agli occhi, sono così frequenti e numerosi, nel corso dei secoli evolverà, il tipo di contratto cambierà nella forma e nel nome. Riteniamo che nel periodo da noi studiato tra XVI e XVIII s, il prestito di denaro fu un elemento fondamentale nell’economia locale, certamente rispondeva a un bisogno di liquidità di una parte della popolazione attiva, ma non si po’ ignorare il conseguenze dell’indebitamento sulle famiglie le più deboli della valle. Anche Giovanni da Lezze nella sua Relazione del 1596 sottolineava: La lunga vicenda della società cinquecentesca si concludeva tra l’altro con un diffuso indebitamento (…). I mercanti valdimagnini arricchiti fuori dei confini bergamaschi, investivano comprando proprietà fondiarie un po’ ovunque, ma il denaro ancora disponibile permetteva questi tipi d’investimenti dove esisteva un verosimile “mercato della povertà”. Non solo le famiglie Berizzi o Frosio, anche uno dei miei antenati, nel corso del Cinquecento, tra le sue varie attività praticava il prestito di denaro, quindi questi casati sono soltanto rappresentativi di un stile di vita, già descritto da altri, anche due secoli prima (XIV e XV s.).

La pratica più diffusa si avvaleva di vendite simulate, a cui facevano seguito contratti di locazione. Esempio di un mutuo, siamo l’anno 1680[24], si parla di un capitale di L.300 dovuto dagli eredi di un certo Battista Canzi, sul quale si paga all’anno interessi L.15 (il 5%) dal 1622, sono passati 58 anni e questi debitori non hanno potuto restituire il capitale!

Al termine di questi anni è stato già rimborsato quasi 3 volte la somma iniziale cioè: L.870!

Poi vediamo questi investitori scambiare tra loro i debiti dei loro creditori, rappresentava dunque anche una moneta di scambio. Per illustrare questo tipo di traffico un atto notarile del 1688[25] vede Tommaso figlio del fu Lorenzo Frosio di Mazzoleni vendere a Giovanni Morando figlio del fu Marcantonio Berizzi di Corna un capitale livello alla veniziana di Lire 350 dovuto dagli eredi del deceduto Giovanni Battista Todeschini di Felghera sul quale pagano il 5% d’interessi all’anno. Questo prestito del 1673 fu concretizzato, all’epoca, dal notaio Gherardo Gervasoni di Bedulita, il Frosio venditore consegna all’acquirente Berizzi una copia del rogito che diviene lettera credenziale. Il prezzo convenuto rimane lo stesso, L.350, ma l’interessante e di vedere il Berizzi pagare con una certa quantità di lana ed altra mercanzia.

Berizzi de Bolis

           Come i Quarenghi, Moscheni, Manzoni, prolifiche e antiche famiglie della valle, i Bolis non derogano alle tradizione e secolare costume, generano tantissimi soprannomi per distinguere i vari rami delle numerose famiglie portando questo cognome, l’appellativo-soprannome Berizzi sarà uno di quelli. Il cognome Berizzi si legge in un atto notarile[26] del 1427: è citato un certo Antonio detto Berizius figlio del quondam Bertrame detto Veschere de Bolis.

Sono parecchi i soprannomi dei Bolis, distinguiamo i detti Folli, Raselli, Rasini, Rubei, Nigrini, Bianchi, Peracchi, Pachi, Pannoni, Camparini (o Compini), Manchaslesi (o Manchafleri), Partilini, Vescheri.

Le radici le più antiche sembrano venire da Valsecca e Rota nel Trecento. Poi nel Quattrocento vediamo famiglie Bolis in Locatello, quella di Antonio detto Gazonus e i detti Rossi (Rubei) de Disderoli, arriviamo all’inizio del Cinquecento con i Bolis di Capassero in Berbenno.

Troviamo tracce dei più anziani Bolis della valle in varie archivi[27]:

  • 1335, Omeboni figlio di Martino detto Rati de Bolis di Valsecca.
  • 1346, Martino detto Rati figlio del q. Otteboni de Bolis di valle Imagna.
  • 1359, Ambrosio detto Pegionus figlio del q. Pietro Bolis de Rota de v. Imagna.
  • 1360, Manzino fu Ride de Bolis fu uno dei Consoli della Valdimania.
  • 1361, 1363, Omeboni figlio del q. Alberto de Bolis de valle Imagna.
  • 1363, Omniabono figlio del q. Rogeri de Bolis de valle Imagna.
  • 1422, Arnoldo figlio del q. Ambrosio Bolis di Valle Imagna (notaio).
  • 1427, Antonio detto Berizius figlio del q. Bertrami detto Veschere de Bolis.
  • 1434, Pietro e Alberto fratelli, figli di Rogery de Bolis in contrada di Bedulita.
  • 1430-1444, Arnoldo detto Follus figlio del q. Bertrami de Bolis de valle Imagna (notaio).
  • 1439, Arnoldo de Bolis fa divisione tra i figli: Arnoldo, Pietro, Antonio e Zanino in Valsecca-Gromo.
  • 1448, Comino e Martino, fratelli, figli del q. Arnoldo detto Folli de Bolis in vicinia di S. Lorenzo.
  • 1434, Martino figlio del q. Alberto de Bolis di valle Imagna.
  • 1439, 1442, Pietro figlio del q. Zanni de Bolis di valle Imagna (abitando Mapello)
  • 1444, 1454, Martino e Comino fratelli, figli del q. Arnoldo detto Folli de Bolis de valle Imagna.
  • 1449, Buonacquisto, Comino e Martino fratelli, figli del q. Arnoldo detto Folli olim Bertrame de Bolis de valle Imagna (nel 1454: cittadino di Bergamo, 1456: abitando Aquate).
  • 1444, Jacobo figlio del q. Arnoldo detto Folli de valle Imagna.
  • 1446, Stefano detto Gaiardo figlio del q. Zanini de Bolis de V. Imagna.
  • 1451, Bertrame detto Coroninus figlio del q. Ambrosio de Bolis de valle Imagna.
  • 1452, Tonolo figlio di Lorenzo de Bolis de valle Imagna.
  • 1455, Martino figlio del q. Bertrame de Bolis de valle Imagna.
  • 1456, Tonolo figlio del q. Ruggero de Bolis di valle Imagna, abitando Mapello.
  • 1452, Siro detto Rubei figlio del q. Pietro de Bolis, in Locatello-Cattivanome.
  • 1471, Antonio detto Job figlio del q. Vincenzo detto Rasello de Bolis di Valsecca.
  • 1476, Antonio detto Iob de Bolis di anni 66 e suo figlio (di Valsecca) hanno un negozio nel Friuli.
  • 1462, Rossi fu Pavone de Bolis di Rota Fuori.
  • 1462, Bertramus figlio di Petrus de Bolis de valle Imagna.
  • 1471, Vincenzo figlio q. Arnoldo de Bolis in Valsecca; 1476: Vincenzo de Arnoldo de Raselo di anni 48 lavorente da lana.
  • 1471, Omniabono detto Savoia figlio del q. Antonio Bonomi de Bolis.
  • 1471, Vincenzo figlio del q. Pietro de Bolis di Valsecca.
  • 1471, Martino e Maffeo fratelli, figli del q. Simone olim Vincenzo detto Raselli de Bolis abitando Valsecca.
  • 1471, Francesco figlio di Giacomo detto Follus Bolis, notaio in Bergamo.
  • 1472, Antonio detto Gazonus figlio delq. Ruggero olim Bertrame detto Bazini de Bolis abitando in valle Imagna, contrada di Locatello.
  • 1472, Bernardo detto Nigrinus figlio del q. Bonomi de Bolis de valle Imagna.
  • 1476, Sanoya de Bolis di anni 55 merchante in Asolo de Trevisana, proprietario in Valsecca.
  • 1472, Bertramus e Guelmi fratelli detti B… figli del q. Antonio detto Berizzi de Bolis di Rota.
  • 1472, Maffeo e Lorenzo figli del q. Pietro Veschere de Bolis di Rota.
  • 1472, 1473, Manzino figlio del q. Arnoldo Bertrame de Bolis de valle Imagna.
  • 1472, Giovanna figlia di Omniabono detto Sanoye figlio del q. Antonio olim Bonomi de Bolis de valle Imagna.
  • 1481, Defende figlio del q. Pietro de Bolis de valle Imagna, abitando Mapello.
  • 1481, 91, 94, Leonardo e Baldassare, fratelli, figli del q. Martino Folli de Bolis, notai in Bergamo.
  • 1488, Martino figlio del q. Antonio de Bolis de valle Imagna.
  • 1490, Martino figlio di Vanotto Bolis, parroco di Fuipiano.
  • 1491, Guelmus detto Berizzi figlio del q. Antonio detto Berizzi de Bolis.
  • 1518, Vitalis Rubey de Disderoli (Locatello).

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[1] La conciatura richiede l’uso di molta acqua e, secondo il tipo di produzione, il passaggio per il follo, dunque la prossimità del fiume.

[2] Valdemagnum – La produzione della lana nella Valle Imagna era importante, benché non fosse considerata di speciale qualità, aveva sicuramente un particolare valore e un proprio nome, i panni chiamati Valdemagnum figurano infatti nei tariffari dei pedaggi nel nord Italia nel secolo XIV. Negli statuti di diverse città dell’Italia settentrionale si trova frequentemente citato il drapum valdemagnum, che non era assimilato ad un tessuto di grande pregio, ma sicuramente di quantità notevole, forse indicava più una tipologia che non una provenienza, pur avendo il centro produttivo originario nella valle Imagna. Il valdemagnum si trova inserito fra le merci elencate nel patto commerciale concluso fra Milano e Venezia nel 1317, nel tariffario dei dazi di Como e nelle provvisioni emanate dai Visconti negli anni 1340-1350.

Estratto datato 1345 del: Liber datii mercantie comunis mediolanis

In nomine Domini, MCCCXLV, indictione XIII, die sabbati XVIIII mensis martii. Cum multe mercantie ducantur a civitate et episcopatu Cumdrunt, Pergami et a partibus Valliscamonice, episcopatu Brixie, ad civitates Papie, Novarie earumque episcopatum in Lacum Maiorem et ultra Ticinum, maxime, inter alias mercantias, falces de predariis, drapos de Valdemagna et codas de predariis de quibus evitatur per mercatores fieri solutio datii, pedagii den.XII pro libra e datii veteris communis M., asserentes mercatores evitare pro magnis pedagiis que oportent solvere communi M[…..]. Estratto dai studi di: François Menant: “Aspect de l’économie et de la société dans les vallées lombardes aux derniers siécles du moyen age.” – Prof. Patrizia Mainoni: Per un’indagine circa i panni di Bergamo nel 200, in EAD, Economia e politica nella Lombardia medievale, da Bergamo a Milano fra 13 e 15 secolo. – Liber datil mercantie communis Mediolani – Registro del secolo XV – A cura di Antonio Noto – Università Bocconi – Milano, 1950.

[3] Nel corso dei secoli queste definizioni cambiano, sul mercato saranno chiamati panni bassi o alti.

[4] Rivelatrice sono le antiche misure di stoffe, in uso presso i mercanti, scolpite sul muro della chiesa di Santa Maria Maggiore in città alta di Bergamo.

[5] Storia Economica e Sociale di Bergamo – I primi millenni – Il Comune e la Signoria, p.309

[6] Garzador: cardatore

[7] Fuser: fusaio

[8] Dati estratti da Anagrafe Veneta 1766-1770 da Pietro Gritti in: L’uso delle acque: magli, molini e industrie dai paesi di testata a Ponte S. Pietro – “Il fiume Brembo” di Lelio Pagani – Prov. di Bergamo, 1994.

[9] Industria tessile casalinga, numeri alla fine dell’Ottocento, in: Statistica Industriale – Lombardia – Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio – 1900.

Telai per lino o canapa Telai per materie miste Giorni di lavoro all’anno
Bedulita 4 120
Berbenno 4 60
Brumano 3 270
Capizzone 6 90
Corna 6 6 30
Costa 2 90
Fuipiano 3 240
Locatello 3 30
Mazzoleni 3 60
Roncola 4 90
Rota Fuori 4 180
Strozza 4 90
Valsecca 5 180

 

[10] “Anagrafi venete” in Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Il decollo industriale – 1997, Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo. Pagina n.21.

[11] Uomini 2 e donne 112 per una media di 150 giorni di lavoro all’anno.

[12] 101 a Strozza.

[13] Statistica Industriale – Lombardia – Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio – 1900.

[14] Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Il decollo industriale – 1997, Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo. Pagina n.28.

[15] Dati estratti da Anagrafe Veneta 1766-1770 da Pietro Gritti in: L’uso delle acque: magli, molini e industrie dai paesi di testata a Ponte S. Pietro – “Il fiume Brembo” di Lelio Pagani – Prov. di Bergamo, 1994.

[16] Gabriele Rosa, scrisse: L’aspra e vasta montuosità del suolo bergamasco, vi limitò e ritardò l’uso dei carri e delle carozze, e vi mantenne la preferenza del portare a spalla o sul capo d’uomini e donne, come ancora si pratica né monti della Dalmazia ed in Valle Imagna (…) in Notizie statistiche della provincia di Bergamo – 1858.

[17] Il paragone si fa con la Valle Brembana Superiore, V.B. Inferiore, Oltre la Goggia, Val Averara e Valtorta, Val Taleggio, Almenno, Quadra di Mezzo tra Brembilla e Mozzo, Isola: Brembate di Sopra e Ponte S. Pietro.

[18] Idem, nota precedente.

[19] Una sola fornace segnalata nel 1785-89 per Bedulita – Storia Economica e Sociale di Bergamo – Fra Ottocento e Novecento – Il decollo industriale – 1997, Fondazione per la storia economica e sociale di Bergamo.

[20] Mappa napoleonica del 1812, mappale n.570 di Giacomo Antonio di Gio. Battista Pellegrini, il n.572 di Giacomo di Gio. Battista Pellegrini, il n.588 di Giacomo Antonio q. Giuseppe Pellegrini, al Fenile.

[21] Mappale n.298 casa con bottega ad uso di armaiolo.

[22] Catasto del 1815, particella n.1910.

[23] I tornitori della valle Imagna sono, da antico, assai vantaggiosamente conosciuti fuori della loro valle; essi si recano anche in Francia, ad esercitare la loro arte (…) anche nel comuni di Mazzoleni e Falghera e di Costa di valle Imagna è molto sviluppata l’industria casalinga della tornitura del legno, in: Statistica Industriale – Lombardia – Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio – 1900.

[24] ASB – archivio notarile – not. Gio. Antonio Farina-Manzoni, filza 4137, atto n.8. Eredità Frosio di Mazzoleni.

[25] ASB – archivio notarile – not. Antonio Gervasoni, filza 6042, atto del 13 gennaio 1688.

[26] ASB: Giuseppe Gerolamo Ercole dei Capitani di Mozzo (1697-1777), storico che compila l’opera monumentale: “Antichità Bergamasche” l’originale in biblioteca Civica Angelo Mai-Bergamo.

[27] G. Mozzi sopracitato, poi in Biblioteca Mai: Pergamene, altre pergamene in Biblioteca Ambrosiana di Milano ed altri rilevamenti nell’Estimo di Valsecca (1476) pubblicato in Storia Economica e Sociale di Bergamo.

 

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Francesco Quarenghi, notaio e pittore

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Francesco Quarenghi, notaio e pittore.

Il casato Quarenghi e le vicende di una Comunità nella prima metà del Settecento

Senz’altro, Giacomo Quarenghi, il famoso architetto, è il personaggio il più conosciuto della valle Imagna. Per curiosità, interrogando il catalogo del servizio bibliotecario nazionale (OPAC SBN), il suo nome appare in 174 pubblicazioni; nello spoglio dei periodici locali custoditi in biblioteca Mai, troviamo non meno di 80 articoli, dove appare l’architetto nelle riviste specializzate sulla storia bergamasca. Esiste anche “l’Osservatorio Quarenghi” che cataloga centinaia di referenze bibliografiche su di lui ed il suo importante Premio internazionale Giacomo Quarenghi, attribuito ogni due anni. Infine, non si contano più le vie dedicate all’architetto in tutta la provincia.

Però la fama dell’architetto mette ombra sugli altri singolari e talentuosi personaggi della sua famiglia, che si succedono sulla lunga strada che rappresentano i secoli pregressi, prima di arrivare a lui, nella storia del casato Quarenghi. Con quest’ultimo studio vogliamo ritracciare le radici della famiglia e fermarci con un po’ di attenzione su suo nonno Francesco.

Quel nonno, notaio-pittore, è una tappa indispensabile per capire l’origine della cultura artistica dell’architetto, tappa obbligatoria per studiare (attraverso i suoi archivi) la storia locale di questa prima metà del secolo XVIII e tappa altrettanto importante nel paesaggio artistico-pittorico valligiano.

Meticoloso notaio, che prende cura alla conservazione di tutte le carte affidategli dai suoi clienti, diverse lettere o appunti che faranno la felicità dei ricercatori nei secoli seguenti, fu costantemente attento alla sua scrittura sempre bene leggibile, concentrato sui conti, perfettamente comprensibile. Fu, per tutto il tempo della sua carriera, notaio-cancelliere del Comune-Parrocchia di Rota Fuori e, attraverso i suoi resoconti, possiamo ripercorre una parte della storia di Rota: costruzione della chiesa, crollo del campanile, ma anche le consuete vicende di numerosi abitanti della valle. Ci fa conoscere certi fatti di violenza tra abitanti o sparatorie dopo il sequestro di terre, ci informa sulle piogge devastanti che, l’anno 1749, hanno distrutto case e ponte sulle sponde dell’Imagna; con lui possiamo seguire gli otto successivi cambiamenti di proprietà del mulino sotto al Chignolo di Rota Dentro, in appena poco più di un secolo.

Talentuoso pittore, ha lasciato numerose opere di carattere religioso, ma non è stato riconosciuto al suo giusto valore ed attraverso questo studio, speriamo riabilitare l’artista di fatto quiescente e tenuto in l’ombra dalla fama del nipote e vogliamo fare conoscere il cronista di tanti episodi, certamente comuni a tante altre Comunità, ma che ci permettono di togliere un velo su un passato ancora tutto da scoprire.

Abbiamo fatto la scelta di ritrascrivere fedelmente agli originali (in corsivo) numerosi estratti d’atti rogati da Francesco: lo scopo è di inserirci nell’ambito dell’epoca, la sua ortografia in un certo modo, corrisponde al parlare del momento. Ovviamente, il notaio Francesco usa formule standardizzate e convenzionali, ma il suo vocabolario ritrasmette, comunque, una parte della cultura valligiana.

Scarica il PDF:   Francesco Quarenghi 2018

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